La polemica Giurò di non mettere più piede a Milano quando fu distrutto il suo teatro al Sempione A tredici anni dalla morte, la città lo risarcisce con una grande mostra alla Triennale Il curatore Calvesi: "Demolire quellopera fu un episodio squallido, in questa occasione il Comune dovrebbe ricostruirla" Aveva giurato che non sarebbe più tornato a Milano. Alberto Burri (1915-1995), con Lucio Fontana il principale esponente dellavanguardia italiana del secondo Novecento, non laveva presa bene quando il Comune, nel 1989, aveva fatto distruggere il Teatro continuo, la sua installazione collocata nel Parco Sempione. Nel museo a lui dedicato a Città di Castello, dove nacque, accanto al modellino del Teatro continuo ancora oggi si può leggere questa didascalia: «barbaramente mutilato da un assessore milanese». Si è dovuto attendere ventanni (e ben tredici dalla sua morte) per ricucire uno strappo che sembrava insanabile, ma con la grande retrospettiva che la Triennale gli dedica la pace è quasi fatta. Quasi. Come spiega Maurizio Calvesi, curatore della mostra (che il 21 novembre riceverà dal Presidente Napolitano il premio Balzan per le arti figurative) cè ancora qualcosa da fare: «Fu un episodio squallido, frutto della negligenza e dellignoranza di qualche amministratore pubblico. Penso che per risarcire pienamente lartista, il Comune di Milano dovrebbe ripristinare lopera al più presto». Intanto si può vedere la mostra (catalogo Skira), forse la più bella mai dedicata a Burri dopo la sua scomparsa, insieme a quella del 1996 al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Oltre cento opere, più un ricco apparato fotografico e documentario, ricostruiscono ogni fase del suo percorso artistico, dagli esordi fino alla produzione della maturità. Al piano terra si incontrano i lavori storici, quelli che lo fecero conoscere in tutto il mondo. Burri, che si era laureato in medicina nel 1940, fece la sua prima esperienza come dottore durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1943 venne catturato dagli Alleati, in Tunisia, e trasferito in un campo di prigionia in Texas, dove iniziò a dipingere, scoprendo la sua vera vocazione. Allinizio degli anni Cinquanta creò i celebri Sacchi, tele grezze senza colore, malamente cucite e talvolta pure sbruciacchiate, con le quali viene universalmente identificato. Ma Burri non era il tipo di artista che si siede sugli allori e ripete fino alla noia una formula di successo. Continuò la sua ricerca sulla materia e sperimentò le Combustioni, strati di plastica colorata sui quali interveniva con la fiamma ossidrica; i Ferri, lamiere piegate a colpi di martello; e i Cretti, incrostazioni di terra e vinavil. Schivo, burbero e poco interessato al successo commerciale, dal 1978 si ritirò a lavorare nei seccatoi di tabacco tropicale costruiti a Città di Castello negli anni Cinquanta. Nei primi tempi gli erano stati concessi in comodato gratuito, ma nel 1989, improvvisamente e senza dire nulla ai suoi collaboratori e ai consiglieri della Fondazione che già portava il suo nome, decise di acquistarli. Gli enormi spazi dellex fabbrica divennero la sua officina, dove ha potuto dare vita a vasti cicli di opere di grandi dimensioni. Gli ambienti spaziosi del primo piano della Triennale, per loccasione sono stati allestiti sullesempio dei capannoni utilizzati dallartista. E questo il vero fiore allocchiello dellesposizione, che la rende unica e difficilmente ripetibile. Basti pensare che le pareti dellultima sala sono state interamente dipinte di nero per accogliere dieci Cellotex neri, ovvero materiali industriali formati da compressioni di segatura e colla di circa due metri e mezzo di base ciascuno: leffetto è impressionante e sembra di entrare in un tempio dedicato a misteriosi riti esoterici. E stata prestata attenzione anche alla sua notevole attività di scenografo, presentando al pubblico bozzetti, teatrini, fotografie e ricostruzioni delle sue creazioni migliori, a partire da Spirituals, balletto di Morton Gould andato in scena alla Scala nel 1963, fino al Tristano e Isotta prodotto dal Teatro Regio di Torino nel 1976.
MILANO - Un Sacco di capolavori per ricucire uno strappo
Il Comune di Milano ha deciso di risarcire Alberto Burri, artista italiano, per aver distrutto il suo teatro al Sempione nel 1989. La città lo risarcisce con una grande mostra alla Triennale, curata da Maurizio Calvesi. La mostra presenta oltre cento opere di Burri, tra cui i suoi Sacchi, le Combustioni, i Ferri e i Cretti. L'artista aveva giurato di non tornare a Milano dopo la distruzione del teatro, ma la mostra è un'occasione per ricucire uno strappo con la città. La mostra è considerata una delle più belle mai dedicate a Burri e include un ricco apparato fotografico e documentario.
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