Venezia La Fondazione Cini è sempre meno veneziana. E questa potrebbe essere la sua fortuna. Sbarcati a San Giorgio negli anni 90 col nobile intento di rilanciare listituzione riavvicinandola alla città (con le benedizioni dellallora Patriarca Cei, il presidente Giovanni Bazoli e il segretario generale Pasquale Gagliardi hanno scoperto in questi anni anche se non potranno mai ammetterlo - che lo sforzo era inutile, se non addirittura controproducente, e che la Fondazione poteva superare le sue difficoltà non con laiuto di Venezia, ma nonostante essa. La Cini, infatti, ha sì le sue fondamenta più profonde nella tradizione della città, nella sua eredità culturale e nella sua vocazione storica di ponte fra civiltà, ma le sue finestre fortunatamente guardano al mondo e al futuro. Perché "quella" Venezia è irrimediabilmente perduta, e ne rimane solo la preziosissima aura, mentre lattuale è troppo piccola, troppo asfittica, troppo ripiegata sulle sue botteghe, per poter essere fondamenta di alcunché. E tanto meno per costituire un interlocutore credibile per unistituzione protesa verso i confini più avanzati delle scienze umane (e che qualcuno, in città, anni fa avrebbe visto volentieri affiliata a qualche grande fondazione straniera, così da non doversene più preoccupare)... E così, nonostante gli sforzi, il braccio di mare che divide San Giorgio dalla riva degli Schiavoni è sempre più largo, le relazioni con le istituzioni cittadine sono al loro minimo storico, e di veneziani che contano ai vertici della Fondazione ce ne sono sempre meno. Si pensi che da due anni dal Comune non arriva nemmeno un euro, dopo che è stato cancellato il vecchio finanziamento di 30mila (!) euro annuali. E col nuovo Statuto, approvato a giugno e perfezionato con un nuovo mandato per gli attuali vertici, la presenza veneziana nel Consiglio Generale si è ridotta praticamente a Orsoni e Musu, se si escludono i membri di diritto in rappresentanza delle istituzioni, generalmente assenti (esclusi Tesserin e Zoggia), mentre si sono aperte le porte a quattro grandi finanziatori (Banca Intesa, Cariplo, Generali, Eni), che portano in dote 2,5 milioni di annui per 5 anni, ma che di veneziano hanno ben poco. Per fortuna ci sono la vicinanza affettuosa del Patriarca Scola e il sostegno generoso della Regione (500mila euro annui) a supportare la residua presenza veneta in Fondazione. Quella che invece in questi anni non è mai venuta meno, nei confronti della Cini, è la considerazione mondiale, testimoniata dalla presenza assidua a San Giorgio dei maggiori studiosi delle più diverse discipline, dalla frequentazione internazionale delle sue attività formative, dallattenzione della grande stampa continentale. E di martedì ad esempio la pubblicazione sulla Frankfurter Allgemeine, il più autorevole giornale tedesco, di unintera pagina sui progetti e le iniziative in corso alla Fondazione, definita "il più bel centro di studi umanistici del mondo". E sempre in questo periodo è arrivata a San Giorgio la notizia della donazione da parte di un grande bibliofilo lombardo della sua collezione di 200 incunaboli e 600 cinquecentine, per un valore complessivo che sfiora i 10 milioni di euro. Di tutto questo parliamo con Pasquale Gagliardi, da 7 anni segretario generale della Fondazione, luomo che più di tutti ha vissuto in questi anni il gommoso corpo a corpo con Venezia, le sue istituzioni, i suoi cittadini, e che nonostante i suoi 71 anni è ancor oggi il più determinato (e per questo anche il più detestato) assertore del cambiamento dentro la Cini e nei suoi rapporti con lesterno. Professore, dove si sono arenate le relazioni tra la Fondazione e la città? «Si sono arenate nellassenza dei suoi rappresentanti, nonostante gli inviti costanti, dalla vita della Cini; nelleliminazione di ogni forma di finanziamento, nonostante una parte cospicua dei nostri 25 dipendenti siano bibliotecari, e quindi forniscano un servizio alla città; ma anche nel disinteresse di molti veneziani, che disertano una mostra come quella dedicata a un concittadino illustre come Santomaso, visitata da appena 5000 persone, in gran parte provenienti da fuori; e poi nella freddezza delle sue istituzioni culturali, a partire dalluniversità: alle nostre iniziative intervengono i maggiori studiosi del mondo, che si fermano giorni per dibattere e confrontarsi fra loro, ma con Ca Foscari è sempre un problema avere qualcuno: è accaduto coi Dialoghi di San Giorgio sul restauro, che mi sembra un tema vitale per Venezia, o con il convegno europeo sulla riforma universitaria, organizzato in collaborazione con lUniversità di Oxford e con la presenza fissa dei rettori dei maggiori atenei continentali, dei vertici di Nestlè e di Microsoft Europa, e di cui ora sono stati pubblicati gli atti diffusi in tutto il mondo: sa quanti rappresentanti cerano di Ca Foscari? Nessuno». Lei dice che i vostri stimoli alla città sono stati continui, in questi anni. Ma perché la città non risponde? «Forse perché la città non cè più. Che cosè adesso Venezia? Cosa sta diventando la città che aveva 400mila abitanti ed era una potenza culturale e politica? È così distante dal vero chi la definisce un parco tematico concepito solo in funzione turistica? Guardi, io ci abito per alcuni giorni la settimana, e ho dovuto cambiare casa tre volte perché nelle vicinanze mi spariscono di continuo i negozi di alimentari. Ecco, noi abbiamo lambizione di proporre a Venezia un modello alternativo, un diverso modo di vivere la città, ma forse per questo è avvertito come estraneo». Quale sarebbe questo modello? «Quello di cui parlano tutti, ma che nessuno prova seriamente a realizzare: una città-studio, ma non di studenti pendolari, bensì di ricercatori di tutto il mondo che immergendosi nella bellezza di questa città trovano ispirazione per il loro lavoro. E per quanto riguarda San Giorgio ci stiamo riuscendo: forse ci aiuta linsularità, che è al tempo stesso la nostra maledizione e la nostra salvezza, un confine dacqua che è al tempo stesso una membrana che consente gli scambi e una barriera che ci difende dai grandi flussi che rischierebbero di aggredirci». Come state portando avanti questo progetto? «Richiamandoci alle finalità originali del fondatore, il conte Cini: il restauro dei monumenti di San Giorgio (in gran parte completato grazie ai 30 milioni della Legge Speciale) e la valorizzazione della civiltà italiana e veneziana, in particolare nella sua capacità di far dialogare culture diverse. Per questo, come un abate del passato, egli aveva messo insieme uno straordinario scrigno di tesori - documenti, oggetti preziosi, libri, opere darte che a noi spetta non solo conservare, ma anche valorizzare, facendolo conoscere al mondo. Da qui la nostra volontà di aprire la Fondazione, che al nostro arrivo non era praticamente visitabile se non da chi partecipava ai convegni, offrendo agli studiosi un luogo per studiare e confrontarsi (visto che per noi la multidisciplinarietà è essenziale) e unopportunità di residenza nellisola. Ecco dunque, da un lato, la creazione della Scuola Branca per lo studio della civiltà italiana, e dallaltro la realizzazione della nuova biblioteca e del nuovo campus». A che punto siete coi lavori? «Per entrambi gli interventi siamo ormai in dirittura darrivo: dalla prossima estate avremo a disposizione 60 camere (delle quali 20 doppie, concepite per le famiglie), con servizio di catering ma anche cucinino, microonde e dispenser, per consentire a chi viene di vivere a Venezia con 50 euro al giorno, e quindi di soggiornarvi per lunghi periodi di studio. Lisola deve tornare a essere abitata, e non assalita da turisti mordi e fuggi. Ma per questo deve poter usufruire di servizi base, e di collegamenti gratuiti col centro: finalmente la prossima settimana avremo un incontro su questi temi con autorevoli esponenti del Comune». E le altre iniziative in programma? «Il 14 novembre verrà finalmente firmata con la Fondazione Mattei dellEni la convenzione per la creazione del Centro studi sul clima. Ma poi accarezziamo il sogno di realizzare dietro il nuovo centro espositivo, nella zona abbandonata degli istituti nautici, dellex squero e della piscina, un grande centro di arti visive e performative, con auditorium, atelier per gli artisti, laboratori di danza. E intendiamo valorizzare il tutto con listituzione di un "vaporetto dellarte", che riesca a intercettare e portare sullisola, in un percorso che dalla Ferrovia toccherà i principali centri espositivi cittadini, il turista colto che non vuole finire incanalato fra calli e negozi». Ma con i finanziamenti come la mettete, con la crisi che colpisce soprattutto le iniziative culturali? «Le nostre attività culturali siamo abituati a farle con budget ridotti, e per le spese generali abbiamo in parte risolto il problema coi nuovi sostenitori. Poi siamo riusciti ad entrare fra gli Istituti scientifici speciali accreditati, e siamo al secondo posto in Italia dopo il Politecnico di Milano per i fondi concessi dal Ministero. Infine per alcune iniziative particolari abbiamo convenzioni per lutilizzo di volontari in servizio civile e una partecipazione a programmi di recupero, attraverso il lavoro, delle detenute della Giudecca. E poi quando la Cini propone le sue iniziative ben congegnate, non incontra grosse difficoltà di finanziamento».
Il Gazzettino
9 Novembre 2008
VENEZIA - Cini come sopravvivere nonostante Venezia
SE
Sergio Frigo
Il Gazzettino
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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