L'ultimo Michelangelo, quello più nascosto, quello che il pubblico non conosce, quello della Cappella Paolina con i due grandi affreschi «La conversione di Paolo» e «La crocifissione di Pietro» rivela per la prima volta i suoi segreti. Il colore ritrovato arrotonda i corpi, scandisce luci ed ombre, segna i profili. Rispetto al «Giudizio» della Sistina, il senso è diverso. Gli affreschi sono infatti una riflessione finale sul mondo, sulla grazia, sulla salvezza, ma anche sulla morte. Per capire cominciamo da qualche dato: la Cappella Paolina, voluta da Paolo III Farnese, viene apprestata da Perin del Vaga per la parte degli stucchi e del soffitto, peraltro distrutto nellincendio del 1545. Michelangelo inizia a dipingere «La conversione di Paolo» nel novembre dei 1542 e la conclude nel luglio del 1545, «La crocifissione di Pietro», iniziata forse nello stesso anno, viene conclusa attorno al 1550. Paolo III la vedrà poco prima di morire, ancora incompiuta. La cappella è un sistema complesso, gli affreschi di Michelangelo sono solo un decimo circa delle superfici dipinte, il resto si deve a Federico Zuccari e a Lorenzo Sabbatini; ambedue operano una ventina di anni dopo la fine dei lavori di Michelangelo. II papa che programma la sistemazione finale della cappella è quel Gregorio XIII Boncompagni, bolognese, che aveva commissionato a Antonio Danti la «Sala delle Carte Geografiche» (1580-1583) arricchita da questi stessi stucchi, colori, dorature. Il restauro della volta e delle pareti è ormai concluso e adesso, dopo cinque anni dallinizio dei lavori, il capo restauratore del Vaticano Maurizio De Luca e la sua prima assistente Maria Puska iniziano a restaurare Michelangelo. Vediamo qui le prime finestre di pulitura, lo stato di conservazione è buono, la pittura di Michelangelo si legge perfettamente. «Non ci sono trasferimenti dal cartone alla parete con lincisione dei contorni come alla Sistina; qui il pittore utilizzalo spolvero, fa passare carbone sui fori del cartone lungo i contorni e poi unisce i puntini con sottili pennellate» spiega De Luca. E poi mostra il segno delle giornate (cioè delle stesure di intonaco fresco che devono essere dipinte in un solo giorno) e sottolinea (fra una giornata e laltra) le pennellate ricche di colore, malachite, bruno, rosso, giallo dati a secco o (per meglio dire) dati con colore molto diluito. Vediamo da vicino i due grandi affreschi (6,6ox6,25 metri ciascuno) e il loro significato. La «caduta» di Paolo sulla via di Damasco è il dipinto che più si avvicina allultima parte del «Giudizio» della Sistina; in alto, volano angeli senza ali disposti a raggiera attorno al Cristo che colpisce Paolo, che cade accecato in primo piano, col vibrante, giallo raggio di luce. Lo spazio attorno è vuoto. Perché questo ritmo diverso fra figure e paesaggio? Michelangelo con le figure costruisce un discorso complesso: cita i cavalli dei Quirinale nellanimale che fugge al fondo; cita il Raffaello delle «Stanze» come nel guerriero con scudo alla sinistra che evoca la «Cacciata di Eliodoro». Ma basta vedere «Lincontro fra Leone Magno e Attila», sempre nella stanza di Eliodoro, per capire che tutto quello che in Raffaello è storia, ritratto, documento, in Michelangelo diventa racconto sospeso fuori del tempo, spazio assoluto. «La crocifissione di San Pietro» è invece una valle di colli azzurri sotto un cielo plumbeo di nubi; in basso, attorno alla croce, si schierano gruppi di figure a semicerchio mentre una figura di vecchio fuori scala (a destra) rimane isolata dalle altre. Michelangelo usa punti di vista diversi per ogni gruppo per aumentare la durata del racconto e nega ogni rapporto prospettico «diminuendo» le figure anche se in primo piano: la loro dimensione delle figure è simbolica e tutto converge attorno a Pietro che evoca quello enorme del «Giudizio» della Sistina. Questa rottura di ogni norma prospettica è evidente nella croce: un braccio più corto, il destro; laltro fuori asse (De Luca mostra anche il ripensamento della mano sinistra del santo che prima debordava e che poi è stata riportata allinterno del legno). Quale è, allora, il senso di queste immagini? Qui non sono rappresentati eventi ma meditazioni: lo spazio è senza storia, Michelangelo elimina vegetazione e dettagli, edifici e ogni riferimento al tempo turano. Restano solo le tensioni possibili fra le figure, gesti sospesi di un teatro drammatico senza tempo. I colori che ora si stanno felicemente riscoprendo (rossi, verdi, azzurri, bruni, gialli) sono i colori dei quattro elementi (terra, aria, acqua, fuoco). Dunque Michelangelo propone qui una simbologia cosmica. E Paolucci giustamente precisa: sono i colori di Pontormo. Ma il colore insiste su forme e figure legate allellenismo dei sarcofagi e del «Laocoonte», il gruppo scoperto nel i5o6 che tanto pesa sul giovane scultore e pittore, come del resto su Raffaello. Il momento in cui Michelangelo dipinge i due affreschi è però anche quello della scomparsa di due amici e protettori, Luigi del Riccio nel 1546 e la poetessa Vittoria Colonna nel 1547. La Colonna era legata a una riflessione sulla Grazia come luce e quindi, attraverso SantAgostino, al neoplatonismo, professando una religiosità cristiana improntata a un dialogo diretto col divino, come qui appunto appare nei freschi di Paolo e di Piero Michelangelo aderiva a questo gruppo di intellettuali ma percepiva anche la propria inadeguatezza, il peccato, la debolezza della carne. Ecco perché egli dipinge questo spazio senza storia: da questi «vuoti cielz» solo la Grazia, la luce del raggio e il volto corrusco dì Pietro portano ordine e speranza. Per capire conviene rileggere qualche riga amarissima di un componimento dellartista scritto nel 1546: dopo aver descritto il decadimento del proprio corpo Michelangelo conclude: «Larte pregiata, ovalcun tempo fui di tantopinion, mi reca questo, povero e vecchio e servo in forzaltrui, chi son disfatto, si non muoio presto». Ebbene, la figura alla estrema destra della «Crocifissione di Pietro», quel personaggio fuori scena, è forse proprio Michelangelo che medita sulla fine. E la salvezza è espressa proprio dai vibranti colori che si stanno recuperando: anche attraverso di essi la Grazia divina si rappresenta nel mondo.