Non ho ancora letto il nuovo saggio di Andrea Carandini su come Vedere il tempo antico con gli occhi del2000, ma mi sembra necessario commentare subito lintervista allautore di Paolo Conti apparsa giorni fa sul «Corriere della Sera». I riferimenti ironici agli archeologi delle Soprintendenze, «talebani» educati nelle «madrase della tutela», dediti a unottusa forma di opposizione allo sviluppo del territorio con insensate richieste di scavi preventivi sono francamente fuorvianti. E certamente vero che questi archeologi-talebani praticano la tutela con unapassione quasi anacronistica in tempi di opportunismo travestito da realismo. Figuriamoci: la maggior parte di loro crede sul serio, quasi fosse una sura del Corano, che debba essere preso alla lettera larticolo 9 della Costituzione che pone la tutela del patrimonio archeologico al di sopra di tutti gli altri valori, ivi compresi quelli economici! Peccato però - afferma Carandini - che questi funzionari non assolvano bene a questo dovere in quanto i loro scavi di emergenza, non pubblicati, si risolvono in una perdita di dati, e quindi addirittura in una colpevole distruzione di strati archeologici. Ma è proprio vero? In realtà è ben noto che non poche scoperte importanti sono avvenute proprio negli scavi di emergenza che rappresentano ormai quasi il 9o dellattività delle Soprintendenze, giacché quelli «di ricerca» hanno, ormai da tanto tempo, sempre meno risorse a disposizione. Senza dire che gran parte degli oggetti che riempiono i nostri musei sono frutto di questa stessa archeologia, preventiva o di emergenza, che consiste in quel poco fascinoso lavoro fatto di vincoli, di dispute sugli strumenti urbanistici, sui condoni edilizi, di procedimenti civili e penali. Per Carandini i soprindententi fanno scavi demergenza bloccando le città. De Caro replica: «i resti antichi sono visti come impacci di citi sbarazzarsi. E mancano i fondi per pubblicare» Va bene, ma perché molti degli scavi di emergenza - come giustamente afferma Carandini restano inediti? La risposta più vera è: il ritardo o la mancanza di pubblicazioni dipende dallesiguo numero degli archeologi delle Soprintendenze; dallo stato di precarietà dei loro collaboratori esterni; dallinsufficiente attenzione da sempre dedicata a questo problema da un minístero strutturato su un modello burocratico-amministrativo piuttosto che tecnico-scientifico. Ma anche dal fatto che, perfino nel caso di unopera pubblica, ricerca e scavo archeologici sono stati percepiti non come lespressione di un valore preminente, ma come un impaccio di cui sbarazzarsi al più presto. Per cui si sostengono le spese per la loro esecuzione - anche chiamando costosi consulenti accademici a contrastare le richieste delle Soprintendenze e cercar di risparmiare -, ma una volta che larea è, come si suol dire, "bonificata" dai resti archeologici, non cè chi paga per la pubblicazione; tanto meno le Soprintendenze coi loro magri bilanci. E allora? «Non fate questi scavi, accontentatevi delle prospezioni» sembra essere la risposta di Carandini. Mentre quella imposta dalla deontologia professionale (e dalla legge) può essere solo quella "talebana": e allora non si può fare lopera pubblica perché procedere alla cieca, solo vagamente intuendo da una prospezione che sotto terra cè un monumento non servirebbe affatto a impedirne la distruzione (e anche spendendo di più per le inevitabili sospensioni dei lavori). Per paradossale che sembri: meglio unopera in meno che uno scavo nonpubblicato. In questi giorni il ministero sta perfezionando il regolamento della legge sullarcheologia preventiva che prevede che si mettano in conto fin dallinizio, almeno per le opere pubbliche, i costi della pubblicazione. Chi scrive sta istituendo, in collaborazione con lAssociazione internazionale di archeologia classica, una rivista elettronica per la rapida ed economica edizione online degli scavi. Sipossono studiare nuovi modelli di intervento, chiamando, ad esempio, le università a concentrarsi sui problemi della tutela, rinunciando in parte a ricerche più gratificanti per prospettive mediatiche. La discussione su questi tempi è più che mai aperta. Direttore generale per i Beni archeologici
Archeologi talebani della tutela?
Il direttore generale per i Beni archeologici, Andrea Carandini, ha affermato che gli archeologi delle Soprintendenze, noti come "talebani", praticano la tutela con un passione quasi anacronistica e che i loro scavi di emergenza non sono pubblicati, portando a una perdita di dati e distruzione di strati archeologici. Carandini sostiene che questi scavi bloccano le città e che molti degli oggetti che si trovano nei musei sono frutto di questi scavi. L'archeologo De Caro replica che i resti antichi sono visti come impacci da sbarazzarsi e che mancano i fondi per pubblicare gli scavi.
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