I grattacieli La linea verde "Due milioni di milanesi? Una favola campata in aria" Non tutti quelli nuovi saranno belli, ma per Citylife il problema è un altro: è che nasce come un quartiere poco legato a ciò che gli sta accanto Condivido lidea di un confine invalicabile di campi e boschi intorno allarea urbana per evitare di consumare altro suolo prezioso Nella discussione sul futuro della città interviene larchitetto del rifacimento di piazza Cadorna «Senta, lintervista posso cominciarla facendo io una domanda, agli amministratori di Milano? È una cosa che mi chiedo da quando ho letto che puntano a riportare la città a due milioni di abitanti: ma hanno dietro degli studi, unanalisi di previsione, uno scenario che faccia pensare a una tendenza espansiva di Milano, con la crisi che cè e con la disoccupazione che è facile prevedere almeno per il 2009? Perché se così non fosse, le cifre che si fanno circolare lasciano perplessi. Anzi, mi sembrano francamente campate in aria». Gae Aulenti, architetto di lungo corso che ha legato la propria carriera a celebri allestimenti di interni (dalla Gare dOrsay a Parigi a Palazzo Grassi a Venezia) ma anche a interventi sul tessuto urbano come il piazzale della stazione Cadorna, è a dir poco critica sullidea di riportare 700mila pendolari dallhinterland alla cerchia urbana: «Basta pensare alle ragioni per cui sono scappati, che sono i costi eccessivi delle case in città o la loro mancanza. Un prezzo che pagano dormendo troppo poco per venire tutti i giorni a lavorare a Milano. Ma sembra difficile immaginare che lasciando fare al mercato si possa indurli davvero a ritornare». Però un buon motivo per farlo ci sarebbe, no? Meno pendolarismo, meno traffico, meno consumo del suolo... «Certo, è tutto vero. Però con le intenzioni, da sole, non si governa. E allora bisognerebbe pianificare seriamente come riuscirci. Alzando gli indici di edificabilità, al contrario, si finirà solo per replicare la disastrosa esperienza della liberalizzazione dei sottotetti, che hanno prodotto più traffico senza risolvere nulla». Unidea che sembra ampiamente condivisa è evitare che lespansione urbanistica dilaghi ulteriormente allesterno della metropoli. «La condivido in pieno anchio, sono perfettamente daccordo con Renzo Piano che parla di tirare una linea verde intorno allarea urbana, e con progetti come il Metrobosco, a cui ha lavorato anche Stefano Boeri, per disegnare una cintura di campi e boschi invalicabile per i nuovi cantieri. Con le previsioni di crisi per lo meno per tutto il prossimo anno, comunque, sarebbe difficile pensare altrimenti. La realtà ben nota è che anche alcuni dei grandi progetti in corso rallentano, quando non si bloccano per mancanza di fondi come Santa Giulia». Resta il fatto che buona parte dei nuovi quartieri e grattacieli sono per uffici, mentre si calcola che servirebbero 40 o 50 mila nuovi alloggi a costo sostenibile. «Infatti sono anche favorevole allipotesi ventilata da Boeri laltro giorno nellintervista a Repubblica, di riconvertire in residenza parte degli spazi commerciali e per il terziario che di questo passo sono destinati a restare sfitti». Anche il quel caso, non sarà comunque un problema di costo? Costruendoli, le imprese non pensavano certo a canoni sociali... «Badi che già tenere vuoto un ufficio è un costo piuttosto alto, e se si trattasse di ridurre un danno già in atto, qualche intervento di intelligente politica sociale potrebbe rendere quella via praticabile». Pensa al ritorno alla destinazione residenziale di tanti palazzi nobili del centro diventati uffici, o anche alle nuove costruzioni? «Direi proprio ai tanti brutti grattacieli semivuoti che si vedono verso le periferie. Ma naturalmente bisogna anche proseguire a chiudere i tanti piccoli "buchi" nel tessuto urbano lasciati da una programmazione carente. Limportante è farlo stabilendo regole certe, durevoli e uguali per tutti. Per questo non mi convince affatto lidea di un aumento generalizzato degli indici di edificabilità: ma perché, per donarli a chi, per farci che cosa? Prima bisognerebbe perlomeno fare unindagine seria per stabilire quanti metri cubi servono davvero alla città. Viene davvero nostalgia dei piani Ina casa degli anni Cinquanta o, per restare a Milano, del progetto QT8». A proposito, lei come giudica la qualità architettonica degli interventi più recenti in città? «Ci sono molte brutture, ma Milano è anche la città della Torre Velasca, del Pirellone, della Triennale di Muzio, e poi dei begli edifici della Bicocca di Gregotti e di quello di Piano in via Monte Rosa». E i nuovi grattacieli? «Non tutti saranno belli. Ma se si parla di Citylife, lì il problema è un altro, è il quartiere che è sbagliato. Cala dallalto, è poco legato al tessuto circostante, rischia di essere come la vecchia Fiera: un recinto con degli edifici dentro, non un pezzo di città».