Secondo le previsioni del Cresme 1650 comuni italiani sono a rischio estinzione entro il 2016 Il caso di Monte Isola, provincia di Brescia: da leader nella produzione di reti ora è semideserto Invecchiati o senza identità così muoiono i borghi dItalia È il piccolo mondo antico che si disintegra scendendo sotto soglie fatidiche "Lurbanizzazione ha costi pesanti, la popolazione diffusa costa meno" MONTE ISOLA (BRESCIA) Se esistesse una rete che trattiene le persone, che impedisce a un paese di svanire, Fiorello Turla lavrebbe già fabbricata. Reti, lui ne fa di ogni genere: da tennis pallavolo ping-pong basket e naturalmente da calcio (la serie A insacca nel lavoro di Turla), per funghi, per amache, di cotone ecru per borsette da signora, da recinzione, per acchiappare sciatori imprudenti e operai che cadono dai ponteggi. Solo le reti da pesca, Turla non le fa. Un paradosso, perché fino a quarantanni fa metà dei pescherecci italiani calavano reti fatte qui a Monte Isola, perimetro nove chilometri, un cocuzzolo e poche case in mezzo al lago dIseo. Ma negli anni Settanta, quando le fibre naturali lasciarono il posto a nylon e polipropilene, cinesi e indiani si presero il mercato mondiale, e per Monte Isola fu la fine di un paesaggio sociale che durava dai tempi di Carlo Magno. Quello delle foto seppiate nel piccolo museo che Turla ha radunato con rimpianto in un vecchio magazzino: vecchie e bimbe che intrecciano sui gradini delle case, sulle banchine del molo, sulle murate dei naèt, le barche manzoniane: «non cera famiglia che non vivesse di reti». Oggi lazienda di Turla, battezzata orgogliosamente La Rete, e le poche altre cocciutamente superstiti impiegano poche decine di persone. Nove isolani su dieci lavorano in terraferma. Allalba i traghetti che salpano da Peschiera Maraglio sono stracolmi, cè fila allimbarco, sciarpe nella brezza lacustre, borsone sottobraccio per metterci, al ritorno, la spesa. Più che pendolari, sembrano emigranti a ore. Così, di giorno, lisola è semideserta, il silenzio rotto solo dal ronzio insistente dei motorini, unici veicoli a motore autorizzati a circolare nella «più grande isola lacustre dEuropa». Scippata della sua identità dalla globalizzazione, Monte Isola ronza come un calabrone che sbatte contro il vetro cercando una via duscita. Monte Isola non se ne rende conto, ma ha tutte le caratteristiche per essere uno dei 1650 comuni italiani «a rischio estinzione» entro il 2016, secondo le previsioni del Cresme. Oltre un quinto degli 8.101 comuni italiani, dice il Rapporto sullItalia del disagio insediativo di Confcommercio e Legambiente, è candidato a diventare ghost town, un paese fantasma. Nel numero ci sono comuni già agonizzanti: contrade del Sud e paeselli alpini dissanguati duomini, borghi dove il collasso socio-demografico è avanzatissimo, dove non cè più scuola né farmacia né bar né ufficio postale, dove non nascono più bambini. È il piccolo mondo antico che si disintegra scendendo sotto alcune soglie fatidiche: densità demografica inferiore di oltre 8 volte a quella nazionale, più di tre anziani over-60 per ogni under-14, prevalenza di redditi da pensione, una casa vuota su due. Sono le Fontamare dItalia, condannate senza scampo. Ma ci sono anche, tra i candidati alla fantasmizzazione, paesi ancora popolosi, ricchi, non fatiscenti. Il virus letale non li aggredisce nelleconomia, ma nellidentità. La loro è una crisi urbanistico-esistenziale. Monte Isola non è un paese sperduto, sta a unora e mezza dauto da Milano. Non è un paese povero: case antiche ma ben restaurate. Pensioni e stipendi regolari in tutte le famiglie: perse le reti, i montisolani son diventati muratori, piccole imprese di tre-quattro persone, la mattina traghettano, prendono il furgone parcheggiato sullaltra sponda, a Sulzano, e partono per le città. Due sportelli bancari, una farmacia, una biblioteca, un presidio sanitario per 1876 abitanti sono un buon livello di servizi. Anche la scuola cè, intera, dalla materna alle medie; però scopri che ha in tutto 188 iscritti, il 10 esatto della popolazione, soglia dallarme per il Cresme; e questanno sè faticato a mettere assieme la prima elementare: otto alunni. Giù a Peschiera la materna ha più finestre che bambini; nel capoluogo, Siviano, sono una ventina «ma mettendo assieme tutti, dai due anni e mezzo ai cinque», dice Teresa, la maestra: «è faticoso fare i genitori qui». Sul muretto della parrocchia cè un cartello oggi sposi, saranno forestieri che vengono a celebrare qui per il panorama. Nozze isolane, nel 2007, solo quattro. «I ragazzi che si fidanzano fuori dallisola, si sposano e restano là», spiega Turla, «bisogna esserci nati, per rimanere qui». Bisogna esserci nati: te lo senti ripetere da tutti. Anche dal sindaco, Angelo Colosio: «È laffetto per il luogo a tenere ancora insieme la comunità». Finora ha funzionato: con la crisi della rete lisola perse un 15-20 di abitanti, ma da un decennio è stabile. «Non siamo in crisi. Ma basta pochissimo. Se il senso dappartenenza cedesse, ci troveremmo dimezzati in pochi anni». Quel pochissimo è la cosa impalpabile che si chiama soglia del benessere, qualità della vita, comodità. Montisola è un posto splendido, se sei un villeggiante o un pensionato: zero traffico, belle casette con logge, portici ad archi, angoli incantevoli di lungolago che sedussero George Sand e Chopin. La chiamavano «la Capri del Nord». Ma se devi fare spese che non siano pane, latte e insalata devi arrivare fino a Iseo, il market di Siviano che si pretende super serve per i bisogni minimi, e neppure gli ambulanti vengono più con le bancarelle. Per i ragazzi non cè un cinema, né un pub, a Menzino cè un bar con i giochi elettronici e basta. Eppure il traghetto ci mette quattro minuti: se questa è unisola non è colpa di un braccio di lago, ma di unaltra barriera, quella che svuota la provincia italiana. La concorrenza del viver meglio nellorbita delle città, la carenza di "connessione" continua e immediata col mondo. Questione di dimensioni, di "massa critica" della comunità, più che di distanze. Sopravviverà solo chi ritroverà un senso per esistere. Darwinismo geografico? «Non bisogna avere nostalgie da presepio», concede Alberto Fiorillo di Legambiente, che sulla disperata lotta dei micro-comuni per resistere sta scrivendo un libro, «ma perdere centinaia di piccoli centri ci costerà caro. Lurbanizzazione ha costi pesanti, la popolazione diffusa costa meno e tutela il territorio». Ma chi ha detto che i paesi debbano essere eterni? Da sempre ne muoiono e non cè da piangere, lo diceva già Dante citando la scomparsa di Luni e Urbisaglia: «non ti parrà cosa nova né forte poscia che le città termine hanno... ». Ma davvero non perdiamo nulla, se scompaiono milleseicento paesini? «Ledera sulle rovine può anche essere pittoresca», provoca Sandro Polci, ricercatore del Cresme, «tutto dipende da come avviene la selezione. Se è razionale non perdiamo nulla, se è casuale perdiamo un tesoro». Inutile tentare di salvare luoghi ormai privi di identità, in cui è troppo costoso garantire standard di vita accettabili, «la nostalgia non è una terapia», meglio concentrare le risorse su quelli che hanno ancora un barlume di vocazione da spendere. «Ma il punto è proprio questo», scuote il capo Silvano Novali, maître del piccolo delizioso hotel-ristorante Foresta, sul bordo dellacqua, «Monte Isola che vocazione ha? Dopo 35 anni di lavoro, non lho capito. Ma non sopravvive una comunità senza unidea che la leghi ai luoghi. Noi potremmo diventare un paradiso dei turisti, ma pare che nessuno lo voglia. Destate sbarcano a botte di sei, settemila al giorno, ma a sera se ne vanno, non ne tratteniamo quasi nessuno, sembra che ci stiano antipatici, nessuno apre unattività per loro, un negozietto tipico, e per strada i ragazzi gli fanno il pelo col motorino». Si sente parlare inglese e tedesco al baretto sul molo che offre solo panini standard. Lo storico Ristorante del Pesce ha chiuso lanno scorso, appena festeggiato un secolo tondo. Cartelli «Uno dei borghi più belli dItalia» sono ovunque, ma lufficio del turismo è chiuso. Cerchi una guida dellisola: ledicola ne vende una aggiornata a diciotto anni fa. Per le stradine neanche un volto colorato: immigrazione zero e non è un buon segno, gli extracomunitari vanno dove cè lavoro e benessere. Mancano anche altre figure essenziali. «Il parroco non cè!» sindigna la signora Virginia mentre lucida il già scintillante pavimento della chiesa di San Michele a Peschiera, «è da un anno che ce lhanno portato via e non ce ne mandano un altro, il vescovo dice che non ha preti, ma noi quattro gliene abbiamo dati di preti alla diocesi, e anche quelli ci hanno portato via! E la parrocchia affonda!». Ora dalla terraferma viene don Stefano, solo il sabato e la domenica, a dir messe e a confessare. Brutto segno quando un posto, prima che dagli uomini, comincia a essere dimenticato da Dio.