Ogni metropoli ha il suo quartiere degli artisti. O almeno lo aveva. Quando diventa solo un ricordo, o un'insegna turistica, si perde qualcosa. Brera, che non è più quella di mezzo secolo fa. ha però ancora un senso, un'aura non del tutto dispersa. Ma l'equilibrio è instabile, basta una piccola sottrazione ulteriore e non resta più.motivo per dirsi quella di allora. Leggo nella cronaca di Paolo Foschini sul Corriere di ieri che mancano spazi alla sua Accademia e che gran parte della vita di lezioni e di studio potrebbe trasferirsi lontano. Non entro nel merito che tocca ad altri approfondire e giudicare. Ma una cosa è sicura, non era nato per il chiasso insignificante della distratta invasione di fine settimana quest'angolo magico. Ha già patito tante minute ingiustizie e sostituzioni e talvolta anche urbanistiche angherie, come nel tempo non si sono mai stancati di lamentare i suoi abitanti. Chiudeva un vecchio artigiano e apriva una vetrina incongrua, andava in pensione una bottega e prendeva il suo spazio una proposta senz'anima. Qui hanno lavorato, sognato, consumato il loro tempo alcuni dei maestri della Milano dell'arte, hanno dipinto, insegnato bevuto, dormito, bohème e non bohème, sufficiente genio e poca sregolatezza, molto buon senso in genere. Milano di Brera è stata poco maledetta e raramente disperata, non scimmiottò mai Parigi, era accogliente, sentì spesso la vicinanza con la rassicurante solidità di via Solferino. La storia, i nomi, le glorie, i quadri, le statue, molti dei miei lettori conoscono ogni cosa di Brera meglio di me. C'erano e ci sono i pittori, i professori, i curatori della biblioteca e della pinacoteca, ma c'erano e ci sono anche gli studi e le abitazioni degli architetti famosi, e le case di letterati. L'altro giorno, ancora frastornato dalla superba bellezza della mostra di Van Dyck a Palazzo Reale, cinquecento metri fatti a piedi da qui, sono andato sulla via di ritorno a salutare nel suo studio del quartiere di Brera Pietro Consagra, uno dei maggiori artisti italiani viventi. E' rimasto, e non è il solo. Alcuni li ha portati via anzitempo la sorte, come Giò Pomodoro, che amava molto questa parte della città. C'era una donnina in via dei Fiori Chiari, maestra di piano, insegnò a suonare a uno scultore, a un poeta e a un giornalista di grido, un giorno la speculazione edilizia riuscì a spedirla in periferia: se ne andò un altro pezzo di Brera. Mantenere l'aura della zona non può essere operazione museale e neppure provincialmente folclorica, non si tratta di congelare un quartiere vivo della città come fosse una risèrva indiana. Si tratta di lasciarlo vivere ancora secondo la sua vocazione, senza studenti invecchia non solo anagraficamente, senza disegnare, dipingere, progettare si sperde, si involgarisce. Se Milano se ne va dal suo cuore, ieri provvisoriamente la Scala, domani parzialmente l'Accademia, i milanesi ci perdono, ci sono spiriti del luogo che non si possono coinvolgere nei traslochi. La fruizione estetica non è come lo sgranocchiamento delle patatine fritte davanti alla tv. I televisori sono tutti eguali, le strade e i palazzi no.
Un'identità da difendere
La zona di Brera a Milano è stata un tempo un quartiere degli artisti, ma ora sta perdendo il suo significato. La sua accademia e la sua biblioteca stanno per essere trasferite lontano, e ciò potrebbe portare alla perdita dell'aura della zona. Il quartiere ha già subito molte ingiustizie e sostituzioni, come la chiusura di botteghe e la sostituzione di artisti con proposte commerciali. La zona è stata poco maledetta e raramente disperata, e ha sempre mantenuto un senso di solidità e accoglienza. Oggi, molti artisti e intellettuali continuano a lavorare e a vivere nella zona, come Pietro Consagra, uno dei maggiori artisti italiani viventi.
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