Genova è oggi una città ancora incerta tra decadenza e progresso. Uno scontro quotidiano tra l'arroganza dei ceti egoisti e dell'avidità dei nuovi ricchi, ubriacati dal proprio successo, e una città che prova a vivere e a convivere, destinata a percorrere un modello d'integrazione che non potrà essere d'indifferenza ma di mutazione. La fine degli anni Settanta raggiunge questa città in maniera drammatica; la morte di Guido Rossa, i processi di deindustrializzazione, una serie di luoghi significativi del tessuto urbano abbandonati, il progressivo ritrarsi delle molte utopie. In pieno centro storico, nel cuore medioevale della città, un'enorme area di macerie ricorda ancora il bombardamento navale del 1943, il Palazzo Ducale è chiuso, la facciata del Teatro Carlo Felice è il confine con un'enorme voragine, il mare è uno sfondo lontano e inaccessibile, protetto dai cancelli del porto. Tra mille contraddizioni inizia il rilancio di una città stremata che poteva contare sola sulla propria rete di solidarietà e su un glorioso passato di repubblica e di antifascismo. Le enormi risorse che ricadono su Genova per prepararla alle Colombiane, uno dei grandi circhi di tangenti del Pentapartito, lasciano però una cicatrice nella coscienza della città e si rafforza l'idea che tutte quelle risorse non dovessero essere sprecate, le opere costruite per essere abbandonate, ed ergersi inutili come vestigia di un passato troppo recente. Se oggi Genova è Capitale Europea della Cultura, non è solo per gli appalti, le opere inutili del Giubileo, gli incidenti sul lavoro o la repressione del G8, ma perché esiste tra gli abitanti la consapevolezza che si sta costituendo una nuova comunità. Se questo processo sociale non si compirà, Genova è condannata a una nuova decadenza. La nomina di Genova quale Capitale Europea della Cultura è avvenuta da parte dei governi europei nel 1998, assieme alla città francese di Lille, dopo le passate designazioni di Bologna e Firenze. Tra finanziamenti statali, delle istituzioni locali e degli sponsor, il budget delle iniziative raggiunge i 30 milioni di euro, a cui si aggiungono le entrate previste delle varie manifestazioni, circa 1,5 milioni di euro. Soldi che andranno in interventi strutturali dell'area museale, destinati a garantire la conservazione del patrimonio architettonico della città, cercando di valorizzare le risorse esistenti, come nel caso dei palazzi della centrale via Garibaldi, o realizzando il nuovo Polo della Darsena, nell'area dell'Expo. E' su questo lembo di terra strappato al mare che circa tre mesi fa è morto il trentenne albanese Albert Kolgjegja, schiacciato dal crollo di una soletta; un operaio che lavorava in nero alla costruzione del Museo del Mare che, probabilmente, non verrà neppure citato nelle manifestazioni ufficiali. In passato Genova, città cosmopolita, ha interpretato un ruolo fondamentale per la civiltà mediterranea ed europea. Un crocevia di merci che ha sottinteso la contemporanea concentrazione di culture, di conoscenze e di capacità, e che ha esercitato certamente un dominio, ma che è stato anche progresso tecnologico e civile. Forse è questa una delle strade che deve intraprendere la Capitale della Cultura, affacciarsi alle coste nordafricane e del medio-oriente, riconoscendo in questa tradizione la propria vocazione e il proprio futuro. E percorrere oggi il centro storico di Genova, più di ogni mostra che potrà esser allestita, si coglie il continuo mescolarsi di genti e reinterpretarsi di luoghi, laddove si confrontano ogni giorno, durante le necessità della vita quotidiana, i vecchi genovesi venditori di spezie e i cuochi della farinata, i meridionali arrivati alla fine degli anni Cinquanta per lavorare in fabbrica e nei cantieri edili, gli arabi, gli indiani, i senegalesi, gli slavi e i sudamericani. Dunque Genova si candida a essere Capitale europea di due culture, quella ufficiale delle mostre, dei concerti, dei dibattiti dei professori e dei ragionamenti degli intellettuali, e quella in strada della multietnicità, della sopravvivenza, del desiderio di essere migliori. Vivendo in una nazione deludente in cui il falso in bilancio è proporzionalmente perseguito con minore forza della duplicazione pirata di un dvd, i nuovi genovesi che vengono da terre non così diverse dalle vecchie roccaforti della repubblica, come Tabarca, Antiochia, Gaffa e Teodosia, sono chiamati a mettere in comune ricordi in cambio di una nuova cultura. Non sappiamo se in questi mesi coloro che verranno a Genova si porranno questo interrogativo, ma il profondo sguardo nel passato che la cultura ufficiale ci propone richiede, per non essere futile, una rigorosa attenzione al presente. E' questa la sfida: leggere l'arte, la tecnologia, l'industria, il design, la scienza e la storia di queste manifestazioni e reinterpretarle nella vita quotidiana, farle oggi, renderle percezione. Se il supervisor Genova 2004 (che questo supervisor sia un supereroe della Marvel?) Germano Celant parla di una «metamorfosi della cultura», e non dimentichiamo la spocchia dei colti di professione, c'è da chiedersi quanto questa metamorfosi avverrà nel programma ufficiale e quanto fuori, al centro sociale Buridda, ai meeting degli hacker, durante i giorni in cui si ricorderà la morte di Carlo Giuliani. Ed è proprio durante i giorni del G8, ma per le strade martoriate fuori dalla zona rossa, che questa metamorfosi prendeva inarrestabilmente corpo. «Vite dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite», scrive oggi Francesco Guccini in un verso di "Piazza Alimonda".