«La critica serve o sparecchia?», questa la metafisica domanda che tempo or sono posi al sistema dell'arte e suoi derivati. La riprende ora Angela Vcttesc (Il Sole 24 Ore» del 15.2), per descrivere il ruolo del curatore di mostre, «indipendent curator» per gli ambienti global. Il sistema dell'arte, nelle sue trasformazioni dalla mia teoriadel'72, ha visto staccarsi dalla sua iniziale articolazione alcune costole di Adamo, figure, tra cui il curatore. Nella prima metà del XX secolo, con le avanguardie storielle esistono il letterato-compagno di strada degli artisti (Apollinaire, Marinetti, Tzara, Breton, Majakovskij), il mercante-gallerista e geniale accompagnatore del nuovo (Kahnweiller). Nel secondo dopoguerra accanto allo storico d'arte contemporanea appare la figura del critico che progetta il passato (rileggendolo partendo dal presente), teorizza l'attualità (con libri e saggi), produce mostre (a livello internazionaie), insegna all'università ed attraversa i diversi media (da soggetto protagonista). Nella sua militanza globale il critico, questo critico è tutt'ora una figura di studioso operativo che totalizza molti ruoli, specialmente in un paese come l'Italia in cui il lavoro intellettuale non è cosi particellato come altrove. Per questo il critico globale ha una forte visibilità internazionale sulla scena. Come dire: i fatti mai separati dalle opinioni. Negli anni novanta il numero elevato di musei di cui è attrezzata ogni città, piccola o grande, ha richiesto una organizzazione dinamica e capillare, una continua attività espositiva da parte dei curatori di mostre. Questo dà ritmo agli spazi museografici, produce indubbiamente una progressiva familiarità del pubblico di massa con il nuovo che avanza. Il curatore diventa un nobile servo di scena che fa manutenzione di un presente sempre più globale, spesso indotto dalla visione dei grandi musei, le sette sorelle che monopolizzano quasi per intero la formazione degustativa del pubblico di massa. E' così che l'indipendent curator perde per strada l'orgoglio del suo aggettivo, gli resta il sostantivo, un ruolo curatoriale omogeneo, di pura conferma. Da qui la conseguente deportazione degli stessi artisti da grandi e piccole mostre, da grandi e piccoli musei: Guggenheim, Whitney, New Tate; Biennali di Venezia, Istanbul, Sao Paolo, Dakar, fino a Documenta di Kassel. La mostra è un mass medium che sviluppa una comunicazione puramente performativa, spot pubblicitario dichiaratamente assertivo di un sistema dell'arte come perpetuum mobile di informazione e gadgets visivi. I giornali e le riviste d'arte diventano bollettini di borsa di una circolazione globalizzata. Così le sette sorelle si tramutano in una Biancaneve S.p.A. e i curatori nei suoi laboriosi sette nani, che corrono da un continente all'altro nei percorsi di un opificio espositivo spettacolare e deterritorializzato, (in sincronia con il modello ubiquo della produzione industriale). Teatro dinamico è il museo, per definizione portatore di durata e, in questo caso, di una nuova paradossale professionalità: il curatore come storico dell'istante. Naturalmente esistono indipendents curators aggettivati di autonomia culturale ma si contano sulle dita di una mano. Al metafisico quesito iniziale vorrei dare ora una mia risposta: «la critica serve se sparecchia» l'attuale trend curatoriale, con sorprese culturali capaci di correggere una machine a exposer gestita da una corporazione generazionale che punta sul puro esercizio di manutenzione. Al servizio dello spettatore è il curatore, in conflitto con l'artista è il critico. Non curatore ma guaritore free-lance: chi ripara con progettata «fattibilità» una rottura, la distanza tra l'opera e il mondo.