«Sono ragazzi che fanno una scelta dura. Hanno ideali "ingenui"». Pausa. Sistema un tubetto di colore ad olio, «Meno male che ci sono ancora». Sarà che lui a quei ragazzi vende tele, pennelli, acquaragia. Un pomeriggio a settimana con uno sconto speciale: 15 per cento per gli iscritti all'Accademia. E li ha visti cambiare: «Negli anni '70 occupavano gli appartamenti. Giravano fiumi di droga. Mentre ora hanno una carica vitale positiva, "ci credono". Sarebbe una follia mandarli a studiare da un'altra parte». Massimo Crespi gestisce con il padre il negozio di «belle arti» all'angolo tra via Brera e via Fiori oscuri. A sentir parlare di trasferimento dell'Accademia, risponde con l'incredulità comune della «gente di Brera», «perché un pezzo di vita di questo quartiere sono gli studenti». Senza illusioni e senza cedere alla malinconia. La bohème è una cosa da fotografie in bianco e nero, o s'è trasferita in periferia, «a Crescenzago, dove gli studenti d'arte possono vivere senza spendere un occhio della testa». La storia dei locali storici sostituiti dalle boutique la ripetono tutti, da anni. «Ma questa continua a essere una cittadella a parte dice Micaela Mainini, altra "erede" di questo pezzo di Milano, dietro il banco del bar Jamaica . Una Brera trasformata, "arricchita", ristrutturata, d'accordo. Ma con un suo carattere unico, fatto delle poche cose che restano, e senza dubbio dall'Accademia e dai suoi studenti». Tra il cortile napoleonico del palazzo e le sale old style del Jamaica, c'è ancora un cordone ombelicale fatto di collaborazioni, mostre, caffè e pranzi serviti agli insegnanti, «che diventano furiosi solo a sentir parlare di trasloco continua Micaela Mainini , Si può trasferire una parte dell'Accademia se c'è bisogno di liberare degli spazi. Ma l'anima di Brera non può essere presa e trapiantata in un palazzone anonimo di periferia. E non si può svuotare il centro di Milano da tutto ciò che non è moda o finanza». Dall'altra parte della strada, al bar Brera, gli studenti entrano per il caffè e le sigarette, «e quelli che sono stati già trasferiti nei dipartimenti distaccati dice Laura, la cassiera tornano e si lamentano». Gli iscritti sono 4 mila, non tutti frequentano ogni giorno, molti stranieri. «Una ricchezza dice Marta Ranieri, abitante di via Brera linfa vitale per il quartiere. Se la Brera degli anni '50 è scomparsa, senza rimpianti, perché questa è l'evoluzione naturale delle città, serve comunque rispetto per l'eredità storica dei luoghi. Spostare l'Accademia significa dimenticarlo». Anche se l'osmosi tra giovani artisti e quartiere non esiste quasi più. «Fino ai primi anni '80 giravano ancora i ragazzi squattrinati a vendere le tele per mangiare», ricorda Franco Sabatelli, corniciaio in via dei Fiori chiari dal 1961. «E ora invece è una zona stratificata dice Loris Freddi, manager, arrivato a Brera dopo la trasformazione . Marchi internazionali e vetrine al neon. L'assalto del sabato sera. Anche per questo i pezzi della vecchia Brera, come gli studenti, vanno conservati e difesi». E loro, i giovani artisti? Forse i più disincantati. Sul sito www.brera.forum.net, parlando di trasferimento, c'è chi attacca la «cultura barbara che vuole cancellare la storia». Ma c'è qualcun altro, pragmatico, che risponde: «Se spostare l'Accademia significa una struttura nuova, moderna, funzionale... ben venga».
Brera muore se perde i suoi studenti
Il negozio di belle arti di Brera, gestito da Massimo Crespi e suo padre, è un punto di riferimento per gli studenti dell'Accademia di belle arti. Micaela Mainini, una "erede" di questo quartiere, sostiene che la storia e la cultura di Brera non possono essere trasferite in un palazzone anonimo di periferia. Laura, cassiera del bar Brera, afferma che gli studenti tornano a frequentare il bar dopo essere stati trasferiti in altri dipartimenti. Marta Ranieri, abitante di via Brera, considera gli studenti una ricchezza vitale per il quartiere. Franco Sabatelli, corniciaio, ricorda la vecchia Brera, dove i ragazzi squattrinati vendevano le tele per mangiare.
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