Ventisei volumi, uno del 1911, due degli anni Venti, uno del 57, gli altri tutti editi negli anni Trenta e Quaranta. Un recente, prezioso dono librario dellartista bergamasco Claudio Nani alla biblioteca dellAccademia Carrara-Gamec, di cui si è avuta notizia in questi giorni, in occasione della visita del ministro Bondi alla mostra su Manzù. Volumi, in diversi casi, rari o rarissimi, recanti illustrazioni anche di pregio. Il libro, in particolare, di Pericle Ducati e Quinto Giglioli sullArte etrusca (Roma-Milano, Società Editrice dArte illustrata, 1927), reca, sul verso dellultima carta, bianca, uno schizzo a mano, a lapis, raffigurante un busto di donna, capovolto rispetto allalto-basso del libro. «Mio padre - ci spiega Nani - mi diceva che il disegno era di Manzù. Un Manzù giovanissimo, ancora acerbo: 19-20 anni. A quei tempi faceva ancora lo stuccatore nella bottega del padre di Elia Ajolfi. Era in auge lo stucco, specie nelle chiese. Manzù ricordava spesso di aver lavorato nella chiesa parrocchiale di Urgnano, che ha grandi stucchi nei soffitti». Il dono sottende anche una precisa interpretazione critica: «Ho voluto far vedere che larte etrusca - continua Nani - ha influenzato gli inizi sia di mio padre (Attilio, ma si firmava con la forma aferetica Tilio) che di Manzù. Che questi inizi sono stati, in certa misura, paralleli, anche se mio padre era più vecchio di otto anni. E, tra parentesi, guadagnava anche un po meglio, allora Manzù non aveva grandi risorse. Per tutti e due la radice è lì. Manzù frequentava la bottega di mio padre, in via Torretta, che negli anni Trenta era un ritrovo abituale degli artisti bergamaschi». In particolare, secondo Nani, la suggestione dellarte etrusca («anche mio padre lo ricordava») è «evidente» nel primo Manzù, in certe sue «cose primitive, nelle sue terrecotte di allora. Ricordo distintamente opere di quellepoca, ma non so dove siano finite. Altra cosa, infatti, che lartista abbia tralasciato di metterle in evidenza. Ricordo in particolare una terracotta bellissima, nellingresso della casa natale dellarchitetto Pino Pizzigoni, sul viale Vittorio Emanuele. Poi è sparita». Pizzigoni, nato nel 1901, era più vecchio di Manzù, che era del 1908. « È lui che lo ha indirizzato a Milano, presso larchitetto Muzio, dove lui stesso, da poco laureato, lavorava. Anche Pizzigoni frequentava la bottega di mio padre. È lì che i due si sono conosciuti». Schizzi a penna e a lapis, con motivi architettonici, anche sul recto della seconda carta, bianca, del volume, ma Nani non ricorda a chi debbano attribuirsi. Tra i libri anche un Marino Marini, con notevoli illustrazioni, a cura di Giampiero Ciani (Milano, Edizioni della Conchiglia, 1941). «Quello è un grande scultore - ci dice Nani -, quello è "lo" scultore. Ho dato il libro per far vedere la scultura dellepoca di Manzù. I due sono pressappoco della stessa età. Ma Marini è più scultore. La sua scultura "vive" nello spazio, avvolge tutto lo spazio». Sulla prima immagine, a mano, si legge, a lapis: «Marino». Ma Nani, che non aveva notato lo scritto, non sa a chi debba attribuirsi. Nel lascito anche un raro saggio di Luigi Bartolini su Manzù (Rovereto, Edizioni Delfino, 1944). «Una guida, un contributo alla mostra, conclude Nani. Al posto dei fiori ho portato dei libri». Un dono, quello di Nani, «molto preciso in relazione allitinerario da noi percorso sulla cultura degli anni Trenta-Quaranta, gli anni del Premio Bergamo», ci dice Maria Cristina Rodeschini, direttrice della Gamec. «Un argomento che pertiene strettamente alla città e al Museo, molto interno alla cultura del Museo, ai percorsi che stiamo facendo, alle tante iniziative che abbiamo dedicato agli artisti degli anni Trenta, alla mostra che qui esponiamo. Dunque una donazione tanto più gradita». Quanto alla paternità «manzoniana» dello schizzo di donna: «Potrebbe, in effetti, trattarsi di autografo di Manzù: tutte cose che vanno verificate e guardate con attenzione». I volumi più importanti? «Molto interessante quello di Giovanni Testori su Henri Matisse (Milano, Górlich, 1943). «Libro molto precoce. Un Giovanni Testori che scrive su Matisse mi pare non scontato e interessante. Poi queste edizioni della Conchiglia, non facilmente reperibili. Come difficilmente reperibile il Manzù di Bartolini. Noi in biblioteca non lo avevamo, lo consultavamo in fotocopia».