La definizione di paesaggio della Convenzione europea di Firenze, come già notato, viene riproposta nella sua sostanza nel Codice Urbani (2004), che è legge dello Stato, quindi da prendere sul serio, e spinge a chiedersi, com'è successo nel caso del Piano paesaggistico regionale sardo (PPR), quando si parla di percezione del paesaggio, a chi, a quali ceti o strati o classi delle popolazioni locali occorra rivolgersi e prestare attenzione, e magari dare voce e credito. Riflettere sul paesaggio come percezione, latamente esistenziale e non solo visiva, porta subito a intendere che anche in piccole porzioni di territorio le percezioni sono tanto stratificate e differenziate almeno tanto quanto è stratificata socialmente e culturalmente la popolazione locale o comunque interessata a quel territorio. Probabilmente non si fa buona ed efficace pianificazione paesaggistica, tale che diventi senso comune e prassi spontanea diffusa, se non si riesce a tenere conto di come si è abituati a percepire variamente il paesaggio in cui si vive costruendolo, e magari anche sapendo distinguere le percezioni di un anziano pastore da quelle di un giovane imprenditore agricolo. In effetti le comunità locali, attraverso i rappresentanti democraticamente eletti, in Sardegna molto spesso si sono fatte portavoce e interpreti, «piuttosto che delle sensibilità profonde e dei valori del paesaggio storicamente configuratosi dall'integrazione tra uomo e ambiente, di gruppi ed interessi che nulla avevano a che fare con la tutela del paesaggio come bene ambientale di interesse strategico collettivo e sovra-comunale», come nota la relazione tecnica che accompagna il PPR. Qui evidentemente si fa cenno ai potentati dell'economia soprattutto turistica internazionale, che cercano di determinare la configurazione generale del paesaggio, e se è così, prosegue il testo della relazione tecnica, «non si comprende perché a ciò non debbano concorrere anche le istituzioni sovra-comunali e le istituzioni scientifiche che indagano sui processi degli ecosistemi e sulle conseguenze nella lunga durata negli interventi sul territorio». Concepire il paesaggio come percezione dei diretti interessati, lungi dal semplificare generalizzando, pone di fronte alla complessità dei problemi e richiede, non solo in quanto pianificatori, cercare di attingere una integrazione delle percezioni dei vari soggetti ed una sintesi che recepisca l'interesse generale, magari slegato dagli interessi contingenti di parte più o meno leciti. Intendere il paesaggio come percezione, dunque, a parte tutta la miriade di altre osservazioni, costringe a tenere conto dei ruoli di ognuno e a organizzare la partecipazione democratica ai processi di pianificazione paesaggistica, evitando il più possibile il prevalere casuale o di mero potere lobbistico, anch'esso legato e coerente con interpretazioni soggettive del paesaggio e quindi anche a interessi sul territorio. La visione dinamica del paesaggio come percezione obbliga poi a una pianificazione in cui anche la fantasia non solo visiva, applicata al futuro, previdente e quasi preveggente, abbia ruolo progettuale primario. Il problema maggiore in Sardegna, a parte che tocca fare un po' i pionieri per la prima volta, è appunto far diventare il più possibile senso comune che il paesaggio o è un modo di vedere e di sentire, anzi di vivere in un certo luogo, o non è; e quindi non solo discutere, per esempio, se sia possibile un turismo balneare senza urbanizzazione delle coste, cosa importante, ma su cui finora si è finito spesso per insabbiare ogni discorso. Certo, combattere contro le volontà speculative è sacrosanto, tanto quanto che gli imprenditori abbiano certezze operative, ma tenere conto della varietà delle percezioni profonde del paesaggio è impresa a cui temo che non siamo ancora pronti. E non solo in Sardegna. Ma è urgente che il PPR per lo meno non continui a essere occasione di lotta politica politicante tra maggioranza e opposizione e anche all'interno dei due schieramenti, se non addirittura pretesto di piazzamento pro o contro Soru, usando persino il delicato strumento del referendum abrogativo per scopi che con la pianificazione paesaggistica non sembrano avere a che fare. Tuttavia è positivamente nuovo e innovativo che oggi si discuta molto più che altrove in Sardegna di piano e di pianificazione paesaggistica, spessissimo anche in nome di ciò che si dice identità. E anche pensando al paesaggio, l'identità, se è anche altro, non può non essere un progetto del futuro in rapporto col passato nel contesto del resto del mondo. Che lo si sappia o meno, è sempre così.