Torino vuole recuperare la "cultura del fare", ma per ora la ricetta è una sola: "Aspettiamo che passi la tempesta" La cultura sul banco degli impu-tati: "Meglio una mostra in meno e un asilo in più" TORINO - Il vento della crisi finanziaria spegne le ultime candeline della Torino Olimpica. La città delle notti bianche del 2006, che scommetteva su un futuro meno legato ai cicli del mercato dellauto, rischia di lasciare il posto allimmagine più tradizionale della metropoli industriale in crisi. I manager delle aziende che annunciano tagli di organico fanno la fila sullo scalone monumentale del Comune in attesa di dare la ferale notizia al sindaco Chiamparino. Soffrono nomi importanti dellauto torinese come Pininfarina e Bertone. Chiudono gli stabilimenti aziende come la Michelin e la Dayco. Quel che è più grave, chiude anche quel po di aziende non automobilistiche che erano il simbolo della diversificazione delleconomia locale, la dimostrazione che si poteva scappare dal modello del Novecento fordista: quando ieri pomeriggio i vertici della Motorola hanno salito lo scalone del municipio per annunciare che abbassavano le serrande, se ne sono andati in cinque minuti 370 posti di lavoro e ha cominciato a vacillare la speranza di un domani meno legato a bielle e pistoni. Così Torino torna in bilico tra la tendenza di sempre a rifugiarsi nella cara vecchia industria della lamiera e la voglia di diversificare le produzioni. La fuga della Motorola non aiuta gli innovatori. Uno dei capi del partito del «cambiare si può» è, un po paradossalmente, il presidente degli industriali torinesi. Che per la prima volta non è un industriale della filiera dellauto. Gianfranco Carbonato ha fatto fortuna producendo presse laser: «Non dobbiamo commettere lerrore di tornare a occuparci solo di automobili - protesta - Diversificare le produzioni deve continuare a essere un imperativo per tutti. Non basta la fuga dellazienda dei telefonini per convincerci a invertire la rotta». Carbonato è convinto che le ristrutturazioni di queste settimane non siano figlie del crollo di Lehman Brothers: «Non facciamo di tutta lerba un fascio. Londa lunga della crisi deve ancora arrivare. I problemi di alcune aziende come Pininfarina e Bertone hanno dimensioni diverse, storie diverse e vengono da lontano. Ogni situazione va affrontata singolarmente. Certo, sarebbe utile che in questo frangente arrivassero dal governo politiche fiscali a favore delle famiglie e delle imprese». Insomma, ci vorrebbe una mano pubblica che aiuti le aziende private nel momento del bisogno. Anche se, come dice il sociologo Luciano Gallino, «questa crisi dovrebbe soprattutto aiutare Torino a compiere una ristrutturazione profonda. A uscire dallidea che quella dellindustria sia una vocazione ormai superata. A ripensare e rendere più competitiva la filiera dellauto ma anche continuare a costruire vocazioni industriali alternative allautomobile. Diversificare è importante». Mentre va in crisi lindustria dei beni di consumo, unalternativa, suggerisce lo storico Giuseppe Berta, potrebbe venire dagli investimenti nei servizi e nelle infrastrutture. Non è solo la riproposizione di Keynes: «Le ex municipalizzate come Iride e la società che nascerà dalla fusione tra Gtt Torino e Atm Milano, sono soggetti economici che possono conquistare il mercato dellenergia e dei trasporti nel nord-ovest». Le ricette sul futuro si sprecano. Quelle sui rimedi immediati sono merce più rara. Il segretario della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, alza le mani: «Una crisi globale come questa lascia poco scampo allindustria dei beni di consumo. Anche le aziende della filiera dellauto che avevano diversificato i clienti producendo per case tedesche e francesi, devono fare i conti con il fatto che se la Fiat vende meno i concorrenti non stanno meglio. Anzi». Ora cè da sperare che passi la tempesta: «Magari - aggiunge Airaudo - allargando laccesso alla cassa integrazione e pensando a un cambio di prodotto. Investendo in auto e sistemi di trasporto ecologicamente compatibili». La crisi, dice il sociologo Marco Revelli, «sgonfia la bolla virtuale in cui era precipitata Torino negli ultimi anni, con lillusione che ci si potesse salvare ancorandosi alla cultura dellimmagine e abbandonando quella del fare che sta nel dna della città». Finiscono così sul banco degli imputati i consistenti investimenti culturali che hanno costituito la linfa della nuova immagine turistica di Torino. A malincuore anche il sindaco Chiamparino ha dovuto riconoscere, di recente, che «in tempi difficili è meglio fare una mostra in meno e tenere aperto un asilo in più». Questa sera, alle 18, nel centro storico si accenderanno le «Luci dartista», installazioni luminose che sono da anni una delle attrazioni turistiche nel periodo natalizio. Questanno, dopo molte titubanze, si è deciso di tenerle accese. Forse per lultima volta.
TORINO - Le luci dellOlimpiade sono lontane "La città deve ritornare allindustria"
Il sindaco di Torino, Chiamparino, ha dichiarato che la città deve aspettare che passi la tempesta. La cultura del fare è stata messa in discussione a seguito della crisi finanziaria. La città è stata colpita da tagli di organico e chiudimenti di stabilimenti aziendali. La Motorola ha annunciato la chiusura di 370 posti di lavoro. La Fiat, che aveva diversificato i clienti, deve fare i conti con la crisi. La crisi globale ha lasciato poco scampo allindustria dei beni di consumo. Il sindaco ha suggerito di aspettare che passi la tempesta e di investire in auto e sistemi di trasporto ecologicamente compatibili. La cultura del fare è stata messa in discussione a seguito della crisi finanziaria.
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