Incontri Il critico svedese incaricato di curare la Triennale di Torino, che apre giovedì prossimo, e la Biennale d' arte di Venezia del 2009 Non amo il mercato fai da te e musei gestiti come multinazionali È l' ora di tornare alla pittura «50 Lune di Saturno» è il titolo di T2, seconda edizione della Triennale d' Arte Contemporanea, aperta a Torino dal 6 novembre. A cura di Daniel Birnbaum (nella foto), si articola in tre sedi: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Castello di Rivoli e Promotrice delle Belle Arti Incontri Il critico svedese incaricato di curare la Triennale di Torino, che apre giovedì prossimo, e la Biennale d' arte di Venezia del 2009«S ono felice e sorpreso che mi sia stato affidato l' incarico di realizzare sia la Triennale di Torino, che è una rassegna di artisti emergenti, che la Biennale di Venezia, una mostra universale. Imparerò molto dall' arte italiana». Daniel Birnbaum, 45enne critico di Stoccolma, redattore di Artforum e rettore della Staedelschule di Francoforte, chiamato in Italia per diversificare il carnet di rassegne dei soliti noti (Abo, Bonami, Celant...), afferma di volere «lavorare con gli artisti», di non amare «forme di commercializzazione e di scandalo» e di voler restituire un ruolo alla «critica d' arte». Ieri ha annunciato a Venezia il titolo della prossima Biennale d' Arte (7 giugno - 22 novembre 2009), «Fare mondi», che indagherà sui rapporti tra arte e produzione, maestri-allievi ed esplorerà disegno e pittura in discontinuità con «la recente presenza nelle Biennali di molti video e installazioni». Giovedì 6 novembre inaugurerà la Triennale di Torino (sino all' 1 febbraio 2009) intitolata «50 Lune di Saturno», quasi un omaggio al pianeta della malinconia al quale critici d' arte come Wittkower, Panofsky, Saxl e Klibansky hanno dedicato memorabili saggi. «Gli artisti esposti a Torino sono più giovani di me, sulla trentina - afferma Birnbaum -. Qualcuno è già molto visibile, per gli altri è la prima mostra importante. Due delle istituzioni coinvolte, il Castello di Rivoli e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, presentano anche due sezioni realizzate da Olafur Eliasson e Paul Chan: penso che rappresentino approcci interessanti al tema infinitamente ricco dell' influenza saturnina, melanconica». A Venezia ha suscitato polemiche la rassegna «Italics» curata da Francesco Bonami, giudicata da alcuni non esplicativa dell' ultima arte italiana. Che ne pensa? «Ho lavorato in Germania con Maurizio Cattelan e Paola Pivi, che penso siano artisti cruciali e internazionali. A Torino ho coinvolto alcuni giovani più visibili, come Lara Favaretto e Diego Perrone, ma sono anche diventato ammiratore di artisti come Meris Angioletti, Rosa Barba, Valerio Carrubba, Antonio Cataldo Mariagiovanna Nuzzi, Anna Galtarossa, Alessandro Piangiamore, Giuseppe Pietroniro, Giulia Piscitelli, Pietro Roccasalva, Alberto Tadiello e Luca Trevisani. Quello che amo della situazione italiana è che ci sono molti centri culturali, non una capitale che domina come Parigi o come Londra. Penso anche che ci sia una forte tradizione pittorica che è in qualche modo legata all' eredità di Gino De Dominicis. E questo è ciò che vorrei esplorare anche nelle mie mostre future». De Dominicis? Alla Biennale del 1972 espose un portatore di handicap come opera d' arte! Si usa il corpo per scandalizzare e siamo giunti alle provocazioni del tedesco Gunther von Hagens che ha esposto 26 cadaveri scorticati e 189 «pezzi sciolti»: che arte è? «Stavo per dire che quella di Gunther von Hagens non è arte. Forse è più corretto dire che è arte realmente pessima». Molti esempi di cosiddetta arte contemporanea puntano sulla dissacrazione religiosa. Due esempi: «Miss Kitty» di Paolo Schmidlin che raffigura papa Benedetto XVI in lingerie e la «Rana crocifissa» di Martin Kippenberger: non è solo una facile via per fare scandalo? «Non conosco "Miss Kitty", ma conosco Kippenberger. Era certo un iconoclasta e sovversivo, ma i suoi lavori antireligiosi non sono così importanti. Provocare la Chiesa non era il suo scopo principale, era più interessato alle questioni politiche della sua Germania». E non si salvano nemmeno gli animali: alla Biennale del 1962 un artista liberò dei topi; nel 1972 il gruppo Mass Moving liberò 10.000 farfalle nocive; nel 1978 Antonio Paradiso espose un toro vivo ed una vacca di ferro con un cartello: "la vacca sarà montata a ore fisse": è arte? «Strumentalizzare gli animali non è mai stato per me qualcosa di interessante. Non conosco questi progetti, ma mi sembrano alquanto fastidiosi. Amo gli animali». Alla Triennale e alla Biennale, il cui Padiglione italiano sarà curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, vedremo proposte di questo tipo? «No, "50 Lune di Saturno" sarà un' esibizione molto forte dal punto di vista visivo. Questi artisti non vogliono provocare alcuno shock, ma esplorano e creano dei mondi immaginari con sensazioni intense, anche di bellezza. Un artista come Akram Zaatari di Beirut racconta delle storie reali che sono più scioccanti delle provocazioni intenzionali che lei menziona. Alla Biennale riesploreremo disegno e pittura in discontinuità con i video e le installazioni». A Birnbaum non piace nemmeno il sistema alla Damien Hirst, che ha venduto direttamente all' asta le sue opere saltando il sistema dei galleristi. «La commercializzazione dell' arte è arrivata agli estremi. È in atto un tentativo per marginalizzare quelle funzioni nel mondo dell' arte che individuano cosa sia realmente significativo anche al di fuori del mercato. Il critico è stato emarginato dal curatore, che a sua volta è stato messo da parte dal consigliere, dal manager e, cosa più importante, dal collezionista. Anche escludere il gallerista e andare direttamente alla casa d' aste, cosa che può elevare al massimo il profitto, è uno degli ultimi passi in questo senso. Ma tutto questo cambierà». È sicuro? Brian Sewell, controverso critico inglese, ha definito la Tate Gallery diretta da Nicholas Serota uno spazio per «business convention»? «Non penso che sia positivo riguardo a Serota e alla Tate, che è uno dei musei più ambiziosi del mondo e che ha fatto belle esposizioni. La tendenza generale è che i musei vengano gestiti come corporazioni multinazionali, e questo è molto triste. Preferisco il museo ossessivo come quello di Harald Szeemann a un modello corporativo come il Guggenheim di Thomas Krens». L' arte è un' investitura di valore che critica e pubblico fanno nel corso del tempo sulla proposta di un «artista»: perché bisognerebbe finanziare le esposizioni con proposte di «sedicenti artisti» con soldi pubblici? «Credo che l' arte non dovrebbe essere completamente privatizzata. Ciò che i giovani artisti cercano di comunicare è importante per una società che vuole capire se stessa». Ma i soldi pubblici sono pochi; non è opportuno dirottarli alla conservazione del patrimonio italiano? «Penso che sia ingiusto formulare questa come un' alternativa. Il passato è di importanza immensa per noi, ma noi siamo coloro che lo tengono vivo e che lo rendono produttivo e pertinente alla vita di oggi. Abbiamo non solo bisogno dei musei, abbiamo anche bisogno degli studioli degli artisti. Queste due cose si arricchiscono reciprocamente».Appuntamenti Un curatore due mostre
Corriere della Sera
1 Novembre 2008
Stop all' arte scandalo e ai commerci di Hirst
PI
Pierluigi Panza
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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