Milano Le scritte sui muri, e va beh: «Dopotutto l'Accademia è una scuola...». Una comitiva di turisti tedeschi intanto sale lo scalone verso la Pinacoteca, dove è tutto più pulito. Ma giù no, con tutte quelle ragnatele sui soffitti: «Naturale, ogni tanto ci vorrebbe una passata...». E gli intonaci scrostati e neri: «...anche un'imbiancata, sì». Là guida dei tedeschi richiama i ritardatari giù dabasso: prego il museo è quassù, di lì si va a scuola... E così anche loro salgono, tranquillizzati, lasciandosi indietro i calchi in gesso delle statue neoclassiche e dei frontoni greci coperti di sporco metropolitano, a volte anche di scritte in pennarello: «Ad avere i soldi per il restauro...». Ragazzi che mangiano seduti su un gradino, sotto il portico in cortile... Ma qui il direttore dell'Accademia delle Belle Arti di Brera, Fernando De Filippi, si ferma di botto e cambia tono: «Ah no! Il degrado, la manutenzione, l'emergenza degli spazi, d'accordo, questi problemi ci saranno pure e parliamone. Ma i ragazzi, questi quattromila studenti che vengono qui da quasi cinquanta Paesi del mondo, sono l'ultima anima viva, vera, che c'è rimasta a Brera. L'Accademia va salvata, non sbaraccata. E va salvata per il bene della cultura e di un quartiere che è tra i simboli di Milano nel mondo». L'Accademia di Brera, ovvero un cuore di vitalità avvolto in un guscio che rischia di stritolarlo. Circondata da un quartiere cui ha dato il nome, e dove una volta si incrociavano Achille Funi e Carlo Carrà, Giacomo Manzù e Lucio Fontana, oggi l'Accademia rischia d'essere vittima di un doppio assedio. Uno commerciale, perché il quartiere è preda sempre più appetita di esercizi che con l'arte han poco a che vedere, l'altro architettonico, condensabile in cinque parole: spazi insufficienti, manutenzione quasi assente. Il risultato è un'immagine che Marco Tronchetti Provera, per esempio, ancora in un'intervista del '98 riassumeva così: «Lo stato elevatissimo del degrado di Brera è il simbolo dell'impotenza attuale di Milano». Affidato nel 1572 ai gesuiti, che ne furono spogliati due secoli più tardi, l'edificio di via Brera era già a fine '700 un centro polifunzionale il cui spazio principale era occupato dall'Accademia, guidata allora da Giuseppe Parini. La colossale collezione d'arte raccolta negli anni dall'istituto confluì, nel secolo successivo, nella Pinacoteca che se ne rese autonoma. Ma dentro al palazzo, come ricorda il direttore De Filippi, Accademia e Pinacoteca non sono affatto gli unici inquilini. Ci sono anche l'Orto Botanico, l'Osservatorio, la Biblioteca, l'Istituto lombardo. E il nocciolo burocratico del problema sta lì. «Perché tutte queste istituzioni dice il direttore fanno riferimento ad amministrazioni diverse: in particolare la Pinacoteca al ministero dei Beni culturali e l'Accademia a quello dell'Università. E ogni volta per capire chi deve pagare cosa è un pasticcio». Qualcosa all'esterno si muove: la ristrutturazione delle facciate è partita l'estate scorsa in project financing, i lavori sono in corso. Ma per là scuola è tutto più complicato, fino al paradosso. «Nel '96 racconta De Filippi l'Accademia in quanto scuola passò sotto il controllo della Provincia. In quel periodo iniziammo dei lavori di restauro nei sotterranei. Nel '99 la competenza passo appunto all'Università, i lavori si fermarono e sono fermi tuttora: da una parte la Provincia non voleva più pagare, al ministero non c'è ancora il regolamento attuativo per le nuove competenze. Nell'attesa però, tiene a sottolineare tutte le parti comuni della scuola richiederebbero una manutenzione superiore a quella attuale. Ma qualcuno lo sa, per esempio, che per le pulizie quotidiane della scuola abbiamo dovuto fare un contratto per conto nostro con un'impresa pagata da noi? Fanno quel che possono. Ma la scuola funziona ed è sempre tra le migliori d'Europa: questo conta». E sembra un miracolo: «Mentre nelle accademie europee ogni studente ha in media 20 metri quadrati di spazio, a Brera ne ha uno e mezzo scarso». Soluzioni proposte? La più ricorrente, ormai da anni, è quella di spostare almeno un pezzo di scuola fuori città. «Brera all'Ansaldo», titolavano i giornali nel '94. Oggi e ormai da tempo il progetto dietro l'orizzonte si chiama «Grande Brera», e detto in sintesi consisterebbe nel far si che l'intero palazzo o quasi venisse occupato dalla Pinacoteca mentre l'Accademia dovrebbe ricollocarsi da qualche altra parte, fuori città. Il direttore però avverte: «Ci pensino bene. Spostare altrove i corsi che necessitano di nuove tecnologie, dal design allo spettacolo, può anche andare. Ma i corsi tradizionali di pittura e scultura con i loro studenti devono restare qui. Altrimenti quando anche al posto delle aule ci saranno solo un bookshop e un caffé, l'unico risultato sarà quello di aver dato un altro colpo all'intero quartiere: un tempo popolato di artisti e che oggi rischia di andare anche lui, come altri, verso un futuro destinato al solo shopping».
Calcinacci, scritte sulle statue, rifiuti. II degrado dell'Accademia di Brera
Il direttore dell'Accademia delle Belle Arti di Brera, Fernando De Filippi, ha espresso preoccupazioni per lo stato di degrado dell'istituzione e per la mancanza di manutenzione. L'Accademia è circondata da un quartiere che ha subito un cambiamento negativo, con esercizi commerciali che hanno poco a che fare con l'arte e spazi insufficienti. De Filippi ha sottolineato che l'Accademia è un cuore di vitalità avvolto in un guscio che rischia di stritolarlo. Ha anche parlato della complessità della situazione, con diverse amministrazioni coinvolte e problemi di competenza.
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