Con diritto di extraterritorialità. Qui i cumuli ingombranti sono parte dell'arredo urbano. La gente, ormai, più che abituata, s'è affezionata. Tanto che, a ridosso del cavalcavia, c'è chi va ad appartarsi con l'auto in cerca di un po' di intimità, in pieno pomeriggio. È come sentirsi a casa, perché armandosi di buona volontà, nelle decine di metri di rifiuti ingombranti, si trova di tutto. Tinelli sfasciati, certo, ma che possono creare un'atmosfera domestica. Mobili e mobili, una montagna di frigoriferi e altri elettrodomestici irriconoscibili, una vasca da bagno, bidet, materassi a una e a due piazze, tubi catodici, cataloghi di tessuti, un forno elettrico, racchettoni da spiaggia, sedie da giardino e pezzi di tronchi di palme malate e pericolose, abiti smessi e merletti. Persino i cassonetti, ribaltati e incendiati, sono ridotti a spazzatura, da contenitori a contenuti. Qui è facile sbarazzarsi di tutto. Di notte, quando calano le tenebre e le saracinesche dei pochi depositi, è terra di nessuno. Licenza di discarica. Poco più indietro, dove invece la gente abita, proprio di fronte al Parco Gallia, ci sono due lavatrici sfasciate che svettano tra i cumuli di cartoni. «Dovrebbero mettere le telecamere, solo così li acchiappate» si sfoga una signora dal balcone prima di rientrare in casa. Chi butta 'sta roba? Non risponde. Ora si rischia di finire in manette. Lei lo sa, ma, a ricordarglielo, alza le spalle. La monnezza speciale qui c'è da sempre. È uno dei siti storici, pura archeologia del consumismo selvaggio. Usa e getta. Siti censiti e mai ripuliti. In queste strade della vergogna nei giorni del ritorno di Napoli in Occidente le fanfare non sono passate. Gli unici a pulire erano i rom, spiegano. Scavavano, trovavano, riciclavano. Un'economia della miseria. Ora non ci sono neanche più loro. A Scampia gli zingari ci sono, invece. La loro baraccopoli è sotto la bretella che porta all'Asse Mediano. Sulla loro testa c'è una delle più grandi discariche speciali della città. Proprio nelle piazzole di emergenza. Se buchi una ruota da questi parti ti conviene fare testamento. Non hai dove fermarti. Ti arrotano appena scendi. L'emergenza della monnezza è più forte della banale emergenza stradale. I cumuli sono in parte bruciati. Anche qui mobili, ma pure tapparelle, medicinali scaduti, buste giganti piene di trucioli, paraurti, un abbondante divano verde sventrato, pneumatici da usare come combustibile. Tutto buttato sui resti dei roghi in attesa di altri fuochi. È veleno, comunque. Perché statisticamente nella monnezza normale si calcola almeno un sette per cento di parte tossica. E in questi montagne di schifezze ingombranti e speciali la percentuale è di sicuro più alta. È non ci si può sentire lontani, non coinvolti, rassicurarsi che è una faccenda che riguarda la periferia. Come le due lavatrici sventrate che ti accolgono appena imbocchi corso Secondigliano dal lato di Capodichino. Il centro di Napoli non è da meno. A via Cristoforo Colombo hanno lasciato centinaia di tubi neri con cartografie. Ma c'è un bigliettino scritto a mano che indica il numero della pratica dell'Asìa, incaricata di prelevarla. A due passi c'è la carcassa di uno scooter rosso. Un altro motorino rottamato è da mesi accanto ai cassonetti di via Cappella Vecchia a pochi metri dal salotto buono di piazza dei Martiri. E, poi, basta imboccare discesa Sanità per vedere accanto alla porticina di un basso una pila di ante di armadi e comodini abbandonate che aspettano. Bubboni, più che la tradizionale e incurabile zella che infetta la città da sempre. «Figuratevi se li arrestano» fa con un risata fatalista la solita signora Carmelina affacciata a una finestra. «Le manette? Fate prima a mettergli il sale sulla coda».