Da pochi giorni Giuliano Urbani ha partorito la legge sui beni culturali che viene chiamata, chissà perché, Codice; e ha demandato a successivi provvedimenti il riordino del suo ministero, vale a dire, delle strutture cui sono affidate la tutela e la gestione del nostro patrimonio artistico. Attualmente esse consistono nelle Soprintendenze: organismi vecchi un secolo, carichi di gloria ma che denunciano anche falle sempre più vistose. Per la massima parte si tratta di organismi territoriali: le Soprintendenze per il patrimonio storico, artistico e demo-etno-antropologico, per i Beni architettonici e il paesaggio, per i Beni archeologici. Ma si aggiungono gli istituti centrali: per il catalogo e la documentazione, e l'istituto centrale per il restauro. Istituti a ordinamento speciale sono poi raggruppati sotto il primo ordine di Soprintendenze (l'Opificio delle pietre dure di Firenze, l'Istituto nazionale per la grafica, il Museo per le arti e tradizioni popolari, la Soprintendenza speciale alla galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea) e sotto il terzo (Soprintendenza speciale al museo delle antichità egizie, museo nazionale di arte orientale, Soprintendenza speciale al museo preistorico ed etnografico «Luigi Pigorini»). Tranne l'Opificio che è a Firenze, e il Museo egizio che sta a Torino, tutti gli altri sono a Roma. Esiste infine una Soprintendenza, quella archeologica di Pompei, dotata di statuto speciale. Provvedimenti legislativi del 1998 e 2000 (emanati dai governi di centrosinistra) hanno poi aggiunto le Soprintendenze regionali, dotate di compiti di coordinamento fra Stato e Regioni, oltre che di incombenze relative ai rapporti fra le Soprintendenze di una stessa regione. E, soprattutto, hanno aggiunto a quella di Pompei la Soprintendenza archeologica di Roma, dotata delle stesse prerogative; e creato quattro Poli museali: Firenze, Venezia, Roma e Napoli. Va detto allora che la ragione di questi provvedimenti è sfuggita a molti, e continua a sfuggire. E' sembrata casuale ed arbitraria la scelta di privilegiare alcune realtà museali, complesse (Firenze) o più semplici (Venezia, Napoli); è sembrato inaccettabile il loro scorporo dalla realtà viva del territorio, soprattutto nei casi, come quello di Firenze, in cui il colpo di bisturi andava a modificare profondamente una situazione plurisecolare di assestamenti progressivi e di relazioni intrecciate. Si è così separato artificialmente un gruppo di musei privilegiati, facenti capo ovviamente agli Uffizi, da altri «minori», e da quella serie di complessi radicati nel territorio, che avevano sempre usufruito insieme con i musei «maggiori» di un'attenzione unitaria, tale da consentire una gestione dei beni culturali articolata per progetti e corrispondente ad un'idea globale della tutela. Noto per inciso che non mi risulta che quanti oggi avversano nella maniera più fiera ed esplicita ogni possibilità di collaborazione fa Stato ed enti locali, temendo frammentazioni e sconvolgimenti, abbiano in quelle passate occasioni levato protesta alcuna. L'introduzione dei Poli museali nel sistema italiano ha comportato una serie di modifiche nelle articolazioni degli uffici interessati: spostamenti forzosi di funzionari, incongruenze quali l'affidamento di beni mobili ad architetti; ed ha procurato in generale, tranne eccezioni, un diffuso malcontento. Non entro qui nella riorganizzazione anche delle direzioni generali, per non annoiare il lettore. Quel che conta, è che si è trattato di una riforma illogica e parziale, sicuramente non rispondente ad un progetto articolato e coerente. Addirittura, c'è da temere che alcune scelte siano state determinate da motivazioni poco apprezzabili, come la sistemazione di alcuni dirigenti. Questo per dire, che quando saremo tornati al governo del paese dovremo evitare questi errori e lavorare meglio. Ma perché non si fraintenda oltre il dovuto, va aggiunto che tutto ciò non è comparabile con quanto ha fatto adesso il centrodestra. In particolare, applicando anche in questo settore l'opera di programmatica demolizione delle istituzioni, il ministro ha sprezzantemente liquidato tutti gli organismi tecnici che fin dalla fondazione spadoliniana del ministero erano stati posti a garantire i contenuti dei provvedimenti, a cominciare dal Consiglio nazionale dei beni culturali e dalle sue articolazioni, i Comitati di settore. È così che il cosiddetto Codice è stato partorito in una ridda grottesca di silenzi ed omissioni, di versioni successive e spesso parzialmente contrad-dittorie che il malcapitato che intendesse prenderne visione doveva procurarsi nei modi più svariati; finché non se ne è vista pubblicata la redazione definitiva, nessuno poteva conoscere con precisione che cosa contenesse. Sembra però, ed è questo il punto sul quale di recente si è discusso, che i futuri provvedimenti di riordino prevedano l'abolizione dei Poli museali. Ma per sostituirli con che cosa? Probabilmente, nella mente di Urbani e dei suoi consiglieri può esserci l'idea di creare delle fondazioni; proseguendo ancora oltre nella logica inaccettabile di privilegiare gli istituti di maggior visibilità, il che comporta, lo sappiamo bene, di lasciar sprofondare ancor più nel disinteresse i beni culturali diffusi. Aggiungo che la possibilità di erigere a fondazione gli Uffizi, ad esempio, sta attraversando indebitamente anche la sinistra; vorrei approfondirel'argomento con l'amico senatore Stefano Passigli, ad esempio, che a più riprese ha lanciato l'idea. Si tratterebbe di un passo ulteriore verso quella logica puramente economicistica che costituisce l'angolo di visuale dei beni culturali da parte di chi sta oggi al governo. Le fondazioni possono essere eventualmente ipotizzabili soltanto per realtà particolari fuori dal rapporto territoriale, come il museo egizio di Torino. C'è bisogno allora di qualcosa di ben diverso: di ripensare profondamente e dall'inizio il quadro dell'articolazione della tutela dei beni culturali, affrontando finalmente senza pregiudizi (e la recente proposta della Regione Toscana è un importantissimo passo in questa dìrezione) il nodo mai risolto del rapporto Stato-Regioni.