Un intervento di demolizione di un abuso edilizio realizzato in una zona vincolata. ----------------------------------------- Le aree protette restano al riparo dagli abusi. Il famigerato comma 32 dell'articolo 1, che prevedeva la depenalizzazione del reato di abuso edilizio in zone vincolate, è stato cancellato. La commissione Ambiente del Senato ha licenziato martedì il testo del disegno di legge delega. Quindi il reato resta. L'emendamento all'articolo 32 sulla depenalizzazione degli abusi era stato presentato alla camera da un gruppo di deputati di Forza Italia, tra cui Maurizio Lupi, Valter Zanetta e Francesco Brusco. Erano contrari l'Ulivo e gli ambientalisti ma anche parte della maggioranza, fra cui il vice presidente del Senato Domenico Fisichella di An e il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani. ----------------------------------------- «Demolite la collina degli abusi o mi dimetto». Falerno, l'assessore alla legalità scrive al sindaco: «Quelle case vanno abbattute, sono un sìmbolo della mafia» ----------------------------------------- LA STORIA: ANNO 1978 Le concessioni I permessi per costruire su Pizzo Sella, la collina che sovrasta la spiaggia palermitana di Mondello, sono stati concessi nel'78 dal Comune a Rosa Greco, sorella del boss di Cosa Nostra Michele. Oggi sulla collina ci sono 147 case e casermoni. Per un totale di 193 mila metri cubi di cemento. Abitano lì 67 famiglie e qualcuno ha certificati di abitabilità firmati dalla giunta di Leoluca Orlando (centrosinistra), che ha preceduto , quella in carica (centro destra). Il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione sarà inteso come il tentativo di vanificare una troppo lunga azione giudiziaria. PALERMO Il Piano regolatore non le prevede, una sfilza di sentenze ne impongono l'abbattimento e la Cassazione pochi mesi fa ha offerto i picconi (giudiziari) al Comune di Palermo per demolire le ville abusive di Pizzo Sella, la montagna che sovrasta la spiaggia di Mondello. Un pendio offeso e sfregiato da 147 case e casermoni tirati su negli anni Ottanta per un totale di 193 mila metri cubi di cemento. A partire dalla reggia di Michele Greco, rimasta grezza, in cima, la più alta, arida ed arrogante, su quella che i palermitani chiamano la «collina del disonore». Conclusa una estenuante telenovela giudiziaria cominciata quando la Calcestruzzi di Raul Cardini rilevò questa maxi-speculazione dalle famiglie mafiose dei Greco e dei Buscemi, la Suprema Corte ha eliminato ogni alibi dilatorio per amministratori che dovrebbero fare piazza pulita di uno degli ecomostri più orrendi d'Italia procedendo a confisca e demolizioni. Ma la giunta di centrodestra guidata dall'azzurro Diego Cammarata sta andando in tilt. Paralizzata, incapace di procedere, dubbiosa. Pronta con gran parte delle forze politiche a cercare soluzioni alternative, ad approntare improbabili piani di recupero, a rinviare. Come non è più disposto a fare l'unico assessore «tecnico» dell'amministrazione, l'avvocato Michele Costa, cinquantenne figlio di un procuratore della Repubblica ucciso dalla mafia, in passato vicino al Partito comunista, poi al Partito radicale. Scelto da Cammarata come assessore alla Legalità e alla Trasparenza, Costa ripete che «La legge va rispettata. E le sentenze vanno applicate». Ovvio. Ma allarmante per le 67 famiglie che si godono un panorama d'incanto da terrazze ricavate tra le ferite di una collina, per il resto, simile ad un cimitero con spettrali ossature di cemento piantate su solchi aridi. Demolire o «abbellire»? Abbattere o salvare comunque le villette abitate? Considerare tutti dei profittatori o concedere a tutti il bollo di «acquirenti in buona fede»? Questo il dilemma segnato da minacce e proteste negli ultimi due mesi di contropiede culminati adesso in una crisi di rapporti col sindaco che oggi riceverà una brutta lettera da Costa, una sorta di ultimatum: «Sono venuti meno i patti di lealtà...». Le demolizioni ritardano. Ma siamo già alla minaccia di dimissioni di un assessore per caso, poco omogeneo al gruppo di comando di una città ufficiale trasformatasì per lui in un muro di gomma. Da settimane solo telefonate mute. Missive senza risposta. Relazioni senza seguito. E Costa scrive ricordando a Cammarata che Pizzo Sella «resta sìmbolo della prevaricazione mafiosa», che «il protrarsi dell'inerzia dell'Amministrazione sarà politicamente inteso come il tentativo di vanificare una troppo lunga azione giudiziaria e sarà strumentalizzato per accusarti delle più nefande intenzioni o, nella migliore delle ipotesi, di esserti lasciato intimidire...». Sono parole contenute in una relazione considerata con sufficienza da gran parte della giunta e da una burocrazia più in sintonia con amministratori e consiglieri pronti a trovare una soluzione in grado di tutelare «gli acquirenti in buona fede». E' l'ipotesi sbandierata dal comitato delle 67 famiglie arroccate sul poggio trasformato in un devastato condominio. Guardiani notte e giorno, una sbarra all'ingresso di un viale e, poi, come oasi nel disastro, ville con piscina, gazebo fioriti, vetrate su prati pettinati. Ed è proprio questo che chiede di salvare un sindacalista dell'Enel, Amato, anch'egli considerato ormai per sentenza «ex» proprietario: «Qua! è la nostra colpa? Avevo una casa in via Libertà. Venduta. Ho fatto un mutuo e la banca mi ha agevolato. Ho chiesto al notaio e mi ha dato via libera. Ho impegnato il mio stipendio per i debiti e abbiamo vissuto con quello di mia moglie. E adesso finisce tutto? Ma fu il sindaco Orlando a rinnovare le nostre licenze...». La sua voce echeggia con quelle di altri inquilini in assemblea con un deputato regionale che li difende più di tutti, Alberto Acierno, «Nuova Sicilia»: «Io ho i certificati di abitabilità firmati da Orlando». Non casuale il riferimento al predecessore di Cammarata. Fu lui a mandare una ruspa e tante telecamere in collina nel 2000, quando i tigì annunciarono l'inizio delle demolizioni. Ma dopo la prima scena e il primo scheletro tutto si fermò. Con la soddisfazione delle 67 famiglie adesso contro Costa ed aggrappate al nuovo sindaco che in Tv invoca «equilibrio e buon senso». Applaudito da chi rivendica il bollo di «terzo in buona fede». Come tanti però non possono fare, stando alle scoperte dell'assessore inflessibile. Perché dopo i primi tornanti c'è pure la villa della signora Marmo, moglie del relatore della commissione edilizia che avallò la speculazione e che secondo i giudici non pagò nemmeno i 20 milioni pattuiti con l'impresa mafiosa. E lì a due passi abita pure queU'ingegner Bini che fece da cerniera fra Cardini e le «famiglie» locali, per questo arrestato e condannato. Piccole grandi storie di una collina, specchio di una città.