L'ex sindaco aveva querelato l'onorevole che lo aveva espulso da FI per «indegnità politica e morale» Negata l'autorizzazione a procedere per la causa intentata da Fazzi LUCCA. L'onorevole Sandro Bondi, oggi ministro dei Beni Culturali, non potrà essere processato nè a Lucca e né altrove per diffamazione. Per la giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera il parlamentare si avvalse dell'articolo 68 della Costituzione quando attaccò l'ex sindaco Pietro Fazzi. L'attuale ministro - stando alla giunta delle autorizzazioni - «non può essere perseguito per le opinioni espresse nell'esercizio delle sue funzioni». E, stando alla giunta delle autorizzazioni, lo era anche quando espulse da Forza Italia l'allora sindaco di Lucca, Pietro Fazzi, accusandolo di «indegnità politica e morale». In realtà l'espulsione era stata decisa da Bondi in qualità di coordinatore del partito di Silvio Berlusconi e non di parlamentare, ma gli è stata riconosciuta ugualmente l'immunità. Questo pronunciamento, dunque, di fatto, ha costretto il giudice dell'udienza preliminare, Carlo Annarumma, ad emettere una sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell'esponente di Governo. Tra i due rinvii per difetto di notifica, la decisione del giudice Silvia Mugnaini di rinviare il fascicolo al pubblico ministero per l'udienza camerale davanti al gup e quella del giudice di rimettere l'intera questione alla Camera sono passati più di tre anni. L'azione legale di Pietro Fazzi - che il 14 ottobre 2005 aveva querelato il parlamentare azzurro in seguito all'annuncio dell'espulsione dal partito dopo lo scontro avuto con l'ex presidente del Senato, Marcello Pera - è stata quindi vanificata dalla decisione del parlamento. Cade così l'accusa nei confronti dell'onorevole Sandro Bondi, 49 anni, residente ad Arcore, di diffamazione di un fatto determinato. Che teoricamente, in caso di condanna, avrebbe comportato una pena che va da uno a sei anni di reclusione. Ma in base alla decisione della Camera dei Deputati il giudice non è potuto entrare nel merito ed è stato obbligato a pronunciare la sentenza di proscioglimento. Sulla vicenda da un lato il pubblico ministero, Domenico Manzione, e dall'altro l'avvocato di parte civile Carlo Di Bugno avevano chiesto che il caso potesse essere oggetto di un conflitto d'attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. La richiesta era stata avanzata sostenendo che il contenzioso non rientrava nei presupposti dell'insindacabilità parlamentare, ma riguardava vicende e dinamiche interne ad un partito e che quindi la sollevazione di un'eccezione di legittimità costituzionale basata sul principio di uguaglianza di fronte alla legge avrebbe dovuto essere risolta dalla Suprema Corte. La questione, però, era stata rigettata nell'udienza dell'ottobre 2007 in quanto ritenuta dal giudice manifestatamente infondata. La querela presentata dall'ex sindaco Pietro Fazzi prendeva spunto dalle dichiarazioni rilasciate da Sandro Bondi alle agenzie AdnKronos e Agi.