Indagine della Procura di Nola e della Forestale denunciati i gestori della ditta PREZIOSA, tutelata, rigorosamente vietata. Eppure è stata rubata. E il furto, sistematico, nellarco di due anni, è costato la distruzione di diecimila metri quadrati di territorio allinterno del Parco nazionale del Vesuvio. Pietra lavica che non si può toccare. Che invece è stata portata via per costruire un molo del porto di Castellammare di Stabia e altre opere di riparazione di scogliere lungo la costa campana. Sulla carta e solo sulla carta, con lappalto, la preziosa pietra lavica da trenta euro al metro cubo veniva invece legalmente estratta dallEtna. In realtà, per risparmiare sui costi di trasporto, era dellintoccabile Vesuvio. In due anni ben 150 mila metri cubi, che vuol dire cinque milioni di euro. Un furto dilatato nel tempo e ripreso grazie alla tecnologia Gis del Sim, il Sistema informativo della montagna, nelle indagini del Corpo forestale coordinato dalla Procura della Repubblica di Nola. Una inchiesta partita soprattutto grazie agli esposti di altre ditte che, fornendo per le diverse opere pubbliche la pietra lavica dellEtna (per cui non ci sono vincoli) hanno visto vincere una ditta concorrente che poi moltiplicava il suo guadagno lavorando sul Vesuvio e azzerando le spese del trasporto via mare. Così sono partiti i controlli e i rilevamenti, in particolare a far data dal 2006. Messe a confronto oggi, le foto dellarea martoriata offrono la mappa di unarea trasformata in gruviera. Fino al 2005 la coltivazione della cava ora sequestrata, che si trova nel comune di Terzigno, località Caposicchi, era autorizzata dalla Regione Campania. Ma tutto si era poi fermato per i vincoli paesaggistici. In pratica il Vesuvio da quellanno era diventato intoccabile. Non solo. La ditta che aveva lautorizzazione allattività estrattiva - limpresa dei fratelli DOriano di Castellammare di Stabia - non ebbe il rinnovo, da parte della prefettura, del certificato Antimafia: mancavano i requisiti. Eppure, stando alle indagini del Corpo forestale, la ditta ha continuato a lavorare nella cava del parco abusivamente. Senza autorizzazioni e provocando notevoli danni ambientali. Mettendo anche a rischio la vita dei suoi operai. Questo perché, per i lavori di scavo abusivi, non era possibile usare dellesplosivo per non attirare lattenzione. Dunque venivano provocate artificialmente delle frane scavando nei punti nevralgici del costone. Tutto per una durata di due anni, per un volume di 150 mila metri cubi di pietra lavica, valore cinque milioni di euro, spese di trasporto pari allo zero se confrontate con un viaggio dalla Sicilia. Non solo. La cava abusiva ha comportato, per gli investigatori, anche una lunga catena di danni collaterali allinterno dellarea del Parco del Vesuvio. Come la realizzazione di una discarica abusiva (già sequestrata in passato e dove erano stati violati i sigilli per usarla di nuovo) per i materiali inerti che provenivano dallattività di estrazione, ma anche numerosi esempi di abusi edilizi, con la costruzione di capannoni e depositi. Ieri larea della pietra lavica rubata è stata sequestrata e sono stati denunciati i due fratelli titolari dellimpresa. Sequestrati inoltre i mezzi usati per lestrazione, tra cui sei autocarri, due pale meccaniche e il "martellone" oleopneumatico utilizzato per provocare le frane.
CAMPANIA - Rubavano la pietra lavica del Vesuvio. Scavi abusivi per cinque milioni nel Parco, macchinari sequestrati
La Procura di Nola e la Forestale hanno denunciato i due fratelli titolari di una ditta, PREZIOSA, per il furto di 150 mila metri cubi di pietra lavica dal Parco nazionale del Vesuvio. La pietra era stata rubata per costruire un molo del porto di Castellammare di Stabia e altre opere di riparazione di scogliere lungo la costa campana. La ditta aveva ottenuto lautorizzazione allattività estrattiva dal Comune di Terzigno, ma non aveva il rinnovo del certificato Antimafia. La Procura ha indagato grazie alla tecnologia Gis del Sim, il Sistema informativo della montagna, e ha trovato prove di abusi edilizi e di danni ambientali.
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