Pinto: "Pagavo laffitto anche in nero" "Arrivarono i giapponesi e chiesero di fotografare lautolavaggio" «Sono la persona che dallincendio del Teatro Petruzzelli ha subito i danni più gravi sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista economico». Il 17esimo anniversario del rogo riapre vecchie ferite anche in Ferdinando Pinto. Lex gestore, assolto in via definitiva dallaccusa di essere stato il mandante di quellatto scellerato e criminale, invita tutti a guardare avanti. Dottor Pinto, che cosè per lei il 27 ottobre? «Oggi è un giorno che mi ricorda quella notte maledetta, che mi è costata 16 anni della mia vita. Dopo 17 anni, credo che questa vicenda abbia stancato tutti». Eppure il risentimento rimane. I proprietari, per esempio, hanno chiesto espressamente che lei non mettesse piede nel Teatro Petruzzelli per partecipare alla diretta televisiva di Telenorba. Dicono che è colpa sua se i fondi erano insufficienti. «Non ci sarei andato comunque perché avevo un altro impegno. Ho detto più volte che anche se mi fossi chiamato Ferdinando Rockfeller non avrei dato loro neppure un centesimo». Perché? «Allindomani di quel fatto delittuoso scrissi una lettera al prefetto e ai Messeni Nemagna, in cui chiedevo soltanto di poter adempiere al contratto che avevo rilevato da Carlo Vitale». Che cosa prevedeva? «Che qualora lassicurazione fosse stata inadempiente, io ero obbligato a ripristinare la cosa danneggiata. Avevo trovato i finanziamenti. Ero disponibile a ricostruirlo in 18 mesi, purché il prefetto fosse stato commissario della ricostruzione e la Sovrintendenza avesse diretto i lavori. Nessuno mi rispose. Anzi, fui invitato a non occuparmi più del teatro: ci avrebbero pensato i proprietari. Poi, nel giro di 6 mesi fui condannato in due gradi di giudizio a risarcire 57 miliardi. La cifra fu così determinata soltanto perché tanto era costata a Minneapolis la ricostruzione di un teatro distrutto. Non feci ricorso in Cassazione perché nel frattempo il mio avvocato era venuto a mancare. Quandanche, però, la sentenza fosse stata confermata, non li avrei mai risarciti». Cè però la vicenda dellassicurazione. Perché lei assicurò il teatro per un valore inferiore a quello reale? «Quandero presidente del Teatro Argentina di Roma, il più antico dItalia che conserva autentici tesori, scoprii che era assicurato per appena un miliardo di lire. Fui io ad elevare lassicurazione a 100 miliardi. La verità è che tutti i teatri dopera, compresa la Scala, avevano polizze dassicurazione vecchissime. Quella dellassicurazione è una stupidata. Se si fosse parlato di cose più serie, il Teatro Petruzzelli sarebbe stato ricostruito in due anni». Come avveniva il pagamento dellaffitto? «Ogni tre anni una parte considerevole del canone veniva versata in nero. I proprietari ritiravano dalla mia banca 20 milioni di lire al giorno fino al raggiungimento della cifra concordata. Quando, poi, dovevamo scaricare le scene, cerano da pagare 200mila lire al giorno per avere dallavvocato Giannattasio le chiavi del cancello. Il teatro era un insieme di servitù. Lo chiamavo il "Condominio Petruzzelli". Sotto il palcoscenico cera il rimessaggio di una barca, cera uno studio professionale in una delle uscite di emergenza. E poi, lautolavaggio. Pensi che quando invitammo un gruppo di giapponesi cominciarono a fotografarlo perché pensavano che il teatro si occupasse anche di lavare le macchine. Diciamo la verità: il Petruzzelli era un modesto teatro di provincia. Con la nostra gestione diventò un polo culturale del Paese e un grande teatro europeo». Adesso bisogna ripartire. In che modo? «Tutti abbiamo voluto che anche Bari avesse il suo ente lirico. Spero che diventi un centro di produzione con una sua magnificenza, non già lennesimo carrozzone che si prefigura allorizzonte». Come si evita questo rischio? «Il Teatro Petruzzelli era un mix di pubblico e privato. Allepoca avevamo un bilancio di 10 miliardi di lire e soltanto il 30-40 per cento proveniva dal pubblico. Tutto il resto era frutto di sponsorizzazioni. Avevamo 8mila abbonati e l80 per cento non era barese, ma proveniva da tutta la Puglia e dalle regioni limitrofe. Ci sono le possibilità perché torni ad essere un modello».