I1 rilievo sollevato da Vittorio Sgarbi nel corso della registrazione di una puntata di «Porta a Porta» dedicata al narcisismo divide storici e critici darte. Il ministro Bondi aveva portato in studio il Narciso della Galleria nazionale di Palazzo Barberini, esposto con lattribuzione a Caravaggio. Collegato dal Duomo di Parma, Sgarbi ha messo in discussione la paternità caravaggesca dellopera, attribuendola allo Spadarino. A difendere lattribuzione al Merisi è intervenuto poi il soprintendente del polo museale del Lazio Claudio Strinati. Ma in effetti, una parte della letteratura critica recente ha messo in dubbio lattribuzione longhiana dellopera a Caravaggio, attribuendo il dipinto a seguaci, vuoi a Orazio Gentileschi vuoi allo Spadarino (Roma 1585 - morto prima del 1653). In seguito agli articoli di Gianni Papi (sua la cura della mostra «La Schola di Caravaggio» del 2006), anche Mina Gregorì, pur rigorosa erede del verbo longhiano, ha espunto la tela dal catalogo caravaggesco. Lattribuzione a Caravaggio (ma le date del dipinto oscillano tra il 1546 e il 1699), accettata da Denis Mahon, è stata invece ribadita da Marini e Maurizio Calvesi, presidente delle ultime celebrazioni caravaggesche. «E vero, documenti che certifichino la paternità del dipinto non ce ne sono ha ribadito al Corriere Calvesi -, ma gran parte delle attribuzioni sono fatte su base conoscitiva. E io dico che la pittura di Spadarino è diversa da questa, e così la pensano anche Alessandro Zuccari, la Vodret e Strinati». Un riferimento del quadro a Caravaggio si trova solo su una licenza di esportazione, ma del 1645, relativa ad un Narciso di Caravaggio di misure analoghe al nostro. Pur senza mai proporre una sicura identificazione tra il documento e la tela, gli studiosi avevano da allora, agli anni Settanta, accostato la licenza al quadro, ribadendo lautografia caravaggesca.