Lanalisi Sei dicembre. La fatidica data si avvicina a grandi passi. Ma, al contempo, sembra le mille miglia lontana. La situazione comincia a tingersi di kafkiano. La Fondazione - Regione, Provincia, Comune, anche privati - dissimula lesistenza di una sentenza della Corte costituzionale. Fa come se fosse ancora proprietaria del bene. Continua perciò a spendere soldi pubblici per un bene ridiventato privato. Si limita a chiedere in cambio ormai solo la realizzazione del concerto inaugurale. Poi spazio alle carte bollate: avvenga quel che deve avvenire. La famiglia, dal suo canto, non perde occasione per proclamare la sua piena proprietà sul teatro. Ma si guarda bene dal richiedere di rientrare comunque nel possesso del bene. Lascia continuare i lavori e intanto detta condizioni. Che incontrano - pare - la benevolenza di un governo amico. Di un ministro che non avverte la sensibilità di ascoltare anche laltra parte: il presidente della Fondazione, alias il sindaco, alias il segretario regionale del maggior partito di opposizione al governo. Costretto a commentare gli effetti dellincontro romano sulla base del comunicato stampa del ministero. Fondazione e famiglia, nonostante i recenti salamelecchi, sembrano due parallele che non sincontrano mai. Certo, la Fondazione deve presumersi nel possesso del bene. Il Comune resta il possessore del bene visto che non è stata avanzata nessuna richiesta Soldi pubblici, interessi privati lesproprio era lunica strada Si tratta di milioni di euro dei cittadini, di elargizioni senza causa a privati Hanno combattuto perfino per quattro diritti di palco riconosciuti gratuitamente Lo ha acquisito grazie alla norma che le attribuiva il diritto duso esclusivo del teatro. Vero è che questa norma è stata poi abrogata dalla legge di esproprio (sul punto non caduta sotto la mannaia della Corte costituzionale). Ma la situazione di fatto non muta in mancanza di una formale riconsegna delle chiavi ai proprietari. Rimaste in mano del commissario, che infatti sta continuando i lavori. Ma a quale titolo? Sembra una gestione di affari altrui, che non esonera la proprietà dalladempimento delle obbligazioni già contratte e dallindennizzo delle spese sostenute. Il problema è aggravato dal fatto che le spese sono state sostenute con danaro pubblico. E perciò non si possono semplicemente abbonare. Magari per quelle sostenute dallo Stato si può mettere in cantiere un provvedimento legislativo ad hoc. Per la Regione e per gli enti locali è più difficile. In mancanza di contropartite giustificative si tratterebbe, dopo le decine di milioni di euro già spese, di elargizioni senza causa a privati cittadini. Infatti, nonostante la sua funzione pubblica, il teatro è in mani private. Per risolvere questa contraddizione era stato deciso dal precedente governo lesproprio per legge. Data la sua pubblica utilità, il teatro va in mano pubblica. Previo congruo indennizzo ai proprietari. Per la sua linearità è tuttora la strada maestra e costituzionalmente legittima. Si va dicendo che lesproprio è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale. Non è vero. La Corte ha cancellato la norma solo per un difetto formale. Perché lesproprio era stato disposto con un decreto-legge collegato alla manovra di bilancio. Non per mancanza di pubblica utilità, quindi, ma, allopposto, perché lesproprio era di pubblica utilità. E perciò non era collegabile ad una manovra di bilancio. Senonchè, ripristinando la legalità formale del sistema delle fonti del diritto, la sentenza della Corte ha aperto un buco giuridico. A cominciare dalla persistenza della legittimazione della stessa Fondazione, costituita per legge e non per iniziativa di Regione, Provincia e Comune (come previsto dal protocollo dintesa). Per finire al groviglio di questioni destinate a sfociare in un lungo contenzioso. Un nodo gordiano che solo lesproprio è idoneo a sciogliere completamente. Ma con questo governo la linearità del diritto è merce rara. E perciò, se si avesse a cuore linteresse della cittadinanza a vedere riaperto il suo teatro alla data prevista e pubblicizzata, si potrebbe praticare una moratoria. Laffitto del teatro per qualche anno da parte della Fondazione, proposta da uno dei suoi consiglieri ma verosimilmente condiviso anche dagli altri, appare una opportuna soluzione-ponte. Non si caricherebbe così sulle spalle dei cittadini il peso di controversie civilistiche. Ma la famiglia si oppone. E si capisce. Perché accantonare, sia pur provvisoriamente, il lucroso protocollo del 2002? Un protocollo con obbligazioni a senso unico: a carico cioè esclusivamente di Regione, Provincia, Comune. Non solo, ovviamente, per il canone di mezzo milione di euro (da rivalutare) allanno per luso del teatro. Per polizza di assicurazione, spese per lavori di manutenzione o prescritti dalla commissione di vigilanza per pubblici spettacoli, perfino quattro diritti di palco riconosciuti alla famiglia. Nella cui proprietà esclusiva il tutto ritorna dopo 40 anni. Ma prima di tutto, per quanto interessa nellimmediato, per i lavori di ricostruzione esclusivamente a spese degli enti locali. Con opportune compensazioni per le modifiche apportate unilateralmente dalla Fondazione. Vale a dire: mano libera per laffitto dei locali commerciali. Perché il Petruzzelli non era solo un teatro ma anche, ed in alcuni periodi soprattutto, un centro commerciale: con tanto di emporio sulla facciata, un circolo ricreativo su un lato e parrucchieri, commercianti di automobili e lavagisti sullaltro. Bei tempi! Ma se così devessere forse bisogna porsi una domanda: conviene davvero che gli enti locali gestiscano attraverso la Fondazione unattività teatrale? Allinizio del secolo scorso il Comune concesse un suolo ad intraprendenti cittadini per costruirvi e gestirvi un teatro. Dopo un secolo la situazione sè rovesciata: sono gli eredi di quegli intraprendenti a concedere al Comune di gestire quel teatro. A condizioni, come sè visto, di una onerosità mai vista. Cui prodest? Può sembrare una provocazione, un interrogativo di terzo tipo, un sasso nello stagno della generale assuefazione a richieste che si sostanziano nella prevaricazione dellinteresse pubblico. Ma ora che, dopo tutto il danaro pubblico profuso, esse impudentemente non salvano neanche il sei dicembre bisogna pure cominciare a pensare tutto da capo.