Il grande architetto ha progettato unopera dentro il porto turistico «Le cose che lasciamo sono quelle che parlano di noi. Voi italiani vivete immersi nella storia. Questa parte del mondo, tra Paestum e Pompei, è tra le più belle. E merita che a metà strada fra questi due poli dellantichità, a Salerno, nasca unopera del ventunesimo secolo». Santiago Calatrava, larchitetto-ingegnere catalano, racconta così il suo primo intervento dautore nel Sud dItalia. Salerno lha invitato e lui ha accettato di buon grado: il signore dei ponti, celebre per importanti progetti sparsi nel mondo, firmerà qui unopera architettonica allinterno del porto turistico che sorgerà nellarea orientale. Il cantiere della Marina dArechi-Port Village (mille posti per barche fino a 50 metri, altrettanti posti auto, ottomila metri quadri di aree commerciali) partirà nellaprile 2009, tempi previsti: circa tre anni. Non si tratta di un porto a banchine, ma di unisola-porto, sospesa tra terra e mare. Il solo che potesse creare un ponte non solo ideale tra le due entità, è lingegnere-architetto spagnolo che di collegamenti architettonici ne ha realizzati tanti, fino a concedersi il lusso persino di costruire un ponte nella città dove senza non si poteva vivere: Venezia. A Salerno Calatrava firmerà un progetto completamente privato, della Marina Arechi spa, che fa capo al presidente degli industriali Agostino Gallozzi. Gallozzi la chiama «lemozione che diventa funzione», e dice che «è unopera infrastrutturale che grazie al grande architetto diventa unopera darte, e che solleverà gli standard architettonici della città». Sostiene limpresa il sindaco Vincenzo De Luca, che da anni lavora per la trasformazione urbanistica di Salerno. Ormai museo a cielo aperto, costellato dei lavori di celebri archistar: da Zaha Hadid a David Chipperfield, Jean Nouvel, Oriol Bohigas ed è annunciato anche Frank O. Gehry per il nuovo termovalorizzatore. Calatrava arriva al teatro Verdi, laltro ieri, dopo il sopralluogo al lungomare est. Osserva le mura decorate del foyer, sale sul palcoscenico. «Queste cose ci parlano di chi le ha fatte. La storia è scritta in queste pareti. Ho studiato larchitettura autoctona del Mediterraneo e questi luoghi mi sono familiari. Sono venuto spesso in Costiera amalfitana, ho fatto trekking sui sentieri dei Monti Lattari. Lavorare qui è una sfida enorme, con le sue contraddizioni. La storia di questo paesaggio ha bisogno di nuova funzionalità. Avendo fede nel nostro tempo, siamo in grado di riflettere su quello che la storia ci consegna, andando oltre». Una sfida che non lo preoccupa affatto, ma che affronta - dice - «con rispetto». Il suo stile, che ha spesso utilizzato la forza dellacciaio e il bianco del cemento, ha dato il via nel ï91 a una vera e propria rivoluzione prima di tutto nella sua città, Valencia. Larea scelta per la Città delle Arti e delle Scienze era più di una periferia degradata. «Cera quel che restava di una vecchia fabbrica di fosfati, era un posto in cui nessuno voleva mettere piede. Le autorità locali ebbero laudacia di voler attuare un modello culturale di trasformazione di grande impatto urbanistico e sociale. Credo che Salerno, prendendo esempio da Valencia, abbia un potenziale enorme. Il tratto di costa su cui nascerà larea portuale è come una collana di perle, la più modesta delle quali sarà il mio interventoï». Lidea del progetto: «Ho pensato che lelemento geografico tipico di Salerno fosse il confine tra mare e terra. Una lunga linea colpita nel corso del tempo da molti problemi: edilizia troppo vicina al mare ed erosione della costa». Laltra sfida: da un progetto a committenza privata, ad uno di ambito sociale. Tutta larea risanata diventerà un parco, una spiaggia, ci saranno piazze e passeggiate aperte a tutti, restituendo larea agli abitanti. Un edificio a vela terrazzato e due ponti, di cui uno "strallato" (sospeso) o a due funi. «E ledificio - sottolinea Calatrava - dovrà essere un gioiello, che di sera si rifletta nellacqua calma e pulita, grazie al processo di bonifica. Ho suggerito anche al sindaco De Luca di organizzare una Biennale delle Arti, invitando artisti internazionali a creare importanti sculture di questo inizio secolo allesterno». Quali materiali userà? «Acciaio, cemento, pietra e forse anche ceramica e legno». Calatrava una volta ha negato che la parola rivoluzione fosse la chiave di lettura del suo lavoro. «Rivoluzione è una parola oggi un po demodé - e intanto disegna al suo modo su un foglio, iniziando quelle che sembrano delle architetture e si rivelano poi figure degne di un classicismo picassiano - una parola legata più a una fase romantica, di tanti artisti che, tra XVIII e XIX secolo, hanno dato vita ad azioni di creatività rivoluzionaria. Non voglio togliere importanza a questa parola, ma oggi il tentativo è di intervenire sulle periferie o posti degradati cercando di trasformarli in luoghi poetici. Anche un quadro di Morandi con le sue nature morte, se diviso in sezioni, può essere inteso come una rivoluzione. E viene anche prima di Rothko, che amo tanto. Noi agiamo con la speranza che la tecnica ci aiuti a modificare in poco tempo la realtà. È accaduto per lopera realizzata per lExpo di Lisbona del ï98: lerba era alta così, prima cera una raffineria, si rischiava di cadere in pozze di petrolio. In sette otto anni è diventato il posto più bello di Lisbona e così sarà per Salerno».