Dibattiti Una tavola rotonda sui problemi della conservazione del patrimonio artistico italiano Scenari Roberto Cecchi: «Bisogna stanziare una quota dei fondi a disposizione per la manutenzione. No agli interventi che inventano la realtà» «Un suicidio assistito»: così Salvatore Settis ha definito ieri il risultato della «lite di competenze sui beni culturali attualmente in corso tra Stato, regioni, province, comuni». In particolare, per «suicidio» dei beni artistici italiani, Settis intendeva l' effetto di quel decreto Tremonti che ha tagliato i fondi allo Stato (Soprintendenze comprese) ma non alle Regioni: «Così si penalizzerà soprattutto il Sud. A cominciare da gioielli come Paestum e Pompei» (proprio ieri il sindaco di Venezia Massimo Cacciari aveva dichiarato: «La situazione del nostro patrimonio artistico è drammatica se il governo non interviene»). Settis, attualmente presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ha criticato il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, sul sito del comune, ha chiesto che la tutela dei beni culturali dell' Urbe venga assegnata alla Soprintendenza comunale (e quindi locale): «Così dicendo Alemanno contraddice l' articolo 9 della Costituzione, quello che assegna la tutela allo stato centrale e che non mi risulta sia stato ancora abrogato». E ha aggiunto: «Adesso il Comune non può pensare di occuparsi anche di Villa Borghese o del Colosseo». Settis, invece, si è schierato dalla parte di Alemanno a proposito del parcheggio al Pincio: «Sono completamente d' accordo con lui, il blocco è giusto, così è stato rimediato un errore». La politica c' entra ma non è tutto: «È stato il centrosinistra - ha spiegato - a volere la riforma del titolo V della Costituzione con l' assegnazione della fruizione dei beni culturali alle Regioni: gran bel risultato politico!». Ieri, nella Sala della Stampa estera a Roma, si è discusso della «conservazione programmata del patrimonio artistico italiano». Accanto a Settis c' erano Caterina Bon Valsassina (direttore dell' Istituto centrale del restauro), Giorgio Bonsanti (docente di Storia e tecnica del restauro a Firenze), Roberto Cecchi (direttore generale per i beni architettonici e storico-artistici del ministero dei Beni culturali), Giuseppe Proietti (segretario generale dello stesso ministero), Nicola Spinosa (soprintendente del polo museale napoletano) e Salvatore Settis (presidente del Consiglio superiore dei beni culturali). Oltre a Mirella Stampa Barracco, presidente della Fondazione Napoli Novantanove: perché la tavola rotonda (coordinata dal giornalista Paolo Conti) prendeva spunto dal ventennale di un restauro fortemente voluto dalla Fondazione, quello dell' Arco di Trionfo di Alfonso d' Aragona a Castelnuovo, a Napoli. Un vero e proprio simbolo: quando venne presentato (il 30 settembre 1988, vent' anni fa) erano i primi momenti in cui la città «andava scoprendo un patrimonio artistico troppo a lungo dimenticato». Si voleva, insomma, recuperare grazie all' impegno della Fondazione uno dei monumenti più importanti della storia napoletana «per ridare alla cultura e al patrimonio artistico un ruolo determinante di sviluppo». Un impegno che appare attualissimo ancora oggi. Il 95 della spesa entro il 2011: questi i tagli in arrivo sui beni culturali: «Sono molto preoccupato - ha ribadito Settis - dei possibili effetti del federalismo sui beni culturali e del fatto che i tagli renderanno sempre più difficile il lavoro delle soprintendenze che oltretutto dal primo gennaio 2009 dovranno anche fare i conti con il nuovo codice del paesaggio e con la sua relativa attuazione». Anche se Proietti ha ricordato come «il ministro Bondi abbia assicurato che, a suo avviso, lo Stato deve assolutamente mantenere il proprio compito di tutela». Un discorso a parte, poi, sul vandalismo: «Esiste un vandalismo generico contro le statue, ma anche una "sottospecie" che si accanisce contro quello che è stato appena restaurato (lo stesso Arco di Trionfo venne imbrattato con della vernice rossa ndr). Nessuno lo giustifica certo, ma bisogna analizzare quel disagio e in questo la scuola può e deve fare molto». L' unica soluzione per Settis resta la collaborazione «tra Stato, regione, soprintendenze» perché solo così «la situazione del patrimonio artistico potrà essere uguale a Reggio Calabria come a Bergamo». Secondo Roberto Cecchi il modello dell' Arco restaurato dalla Fondazione Napoli Novantanove è ancora oggi valido (Caterina Bon Valsassina ha ricordato il lavoro di Giovanni Urbani già direttore dell' Istituto Centrale e definendolo «l' anticipatore del restauro programmato»), criticando al contrario il restauro stilistico (così è stato ricostruito il Corridoio Vasariano a Firenze) e quello analogico (le varie fabbriche del Duomo). «Si tratta di un' imitazione, per dirla con Heidegger, che non aggiunge nulla al vero ed oggi più che mai. E nessuno di noi vuole vedere falsi quadri di Picasso o Leonardo, vogliamo l' originale. Certo, diverso è il discorso nel caso di grandi disgrazie come i bombardamenti o l' incendio della Fenice di Venezia dove intervengono meccanismi psicologici». Da Cecchi è arrivata anche la proposta di «destinare per ogni grande restauro una parte di fondi alla manutenzione ordinaria» (sulla stessa linea Bonsanti che ha parlato «di una manutenzione per spezzare l' urgenza» piccioni compresi). Mentre Spinosa ha così definito la situazione di Napoli: «Restauriamo 10 per veder distrutto 100 ma tutto ha senso solo se diventa un momento di aggregazione». A Roma «La conserva- zione program- mata del patrimonio artistico italiano»: questo il tema della tavola rotonda svoltasi ieri a Roma (sopra gli scavi di Pompei, foto Ansa) in occasione dei vent' anni del restauro dell' Arco di Trionfo di Alfonso d' Aragona a Napoli. Tra i partecipanti (dall' alto): Salvatore Settis, Roberto Cecchi, Caterina Bon Valsassina Pagina 47