L'appello, a sei anni dal parziale abbattimento dello scempio edilizio messo proprio lì all'ingresso della città di Caserta, arriva - ed è la seconda volta - dai residenti degli edifici che confinano con lo scheletro di cemento. «Una struttura diventata luogo sicuro per prostitute, pedofili, spacciatori di droga e quant'altro che esercitano indisturbati e sicuri le loro attività», si legge nella lettera-esposto indirizzata al ministro dei beni culturali e firmata da ventiquattro cittadini. La situazione sembra cistallizzata al 23 maggio 2002 quando l'allora sindaco Falco, alla vigilia delle elezioni che dovevano vederlo riconfermato per un altro mandato (poi bruscamente interrotto), fece entrare in azione le ruspe. Era l'epilogo di una campagna lanciata da questo giornale tre anni prima e sposata da associazioni, intellettuali, comitati e urbanisti di livello nazionale. Prima il «Fuenti di Caserta» non aveva conosciuto né l'onore delle cronache né l'attenzione di ambientalisti e cittadini. Eppure dal 1990 svettava alla fine di viale Carlo Terzo, un simbolo di sfacciata illegittimità urbanistica proprio in asse con uno dei più importanti complessi monumentali del Settecento italiano. Ed erano ancora meno, probabilmente, coloro che ricordavano come la storia era iniziata. Negli anni Ottanta l'aera, di circa 700 metri quadri, era occupata da un'autosalone intestato a tale Agata Maesano la quale poi aveva ceduto i terreni alla Bg costruzioni di Benito Verde. La società ottenne nel 1990 una licenza edilizia per abitazioni ed esercizi commerciali, successivamente annullata in quanto l'area, pur classificata dal Prg vigente come «zona B», ricadeva nel perimetro di salvaguardia della legge Galasso. La costruzione si fermò e iniziò il contenzioso giudiziario accompagnato, nel corso degli anni, da due ordinanze di demolizione. Impossibile il condono neanche per il solo piano terra, per il quale agli atti del Comune esiste la richiesta con il versamento della prima rata depositata dalla Maesano (l'autosalone era ospitato da un prefabbricato). La sentenza del Tar e poi del Consiglio di Stato, il piano paesaggistico nel frattemo approvato, non lasciavano via di scampo. Falco però, forse temendo il contenzioso civile con il proprietario (ancora in corso), volle tenere aperta la porta a un possibile salvataggio del pianterreno. Una speranza che negli anni si è rivelata una pessima chimera.