il commento «Un medico può seppellire i suoi errori, un architetto può solo consigliare di far crescere dei rampicanti» disse un giorno Frank Lloyd Wright, che di tecnigrafo qualcosa masticava. Varese conta moltissimi floricultori ma servirebbe un consorzio per fornire sufficienti virgulti con cui cancellare dalla vista ecomostri come quelli dell'ippodromo e di Capolago. Il gusto, la capacità cioè di valutare e discriminare l'uno o l'altro fatto d'arte, si è vaporizzato da tempo in città, così, mondiali o no, si moltiplicano gli attentati, pubblici e privati, alle diottrie dei cittadini, e l'elenco è lunghetto. Dal Macchi Mb 326, incombente prima su piazza Libertà poi sul territorio di Buguggiate ai cervi di Bobbiate per fortuna finiti sopra qualche caminetto, dai gregari leghisti in fuga sulla rotonda, all'informe colata di bronzo che di nuovo deturpa la piazza di Casbeno, tanto da far sembrar magnifico il razionalismo mussoliniano dell'ex palazzo Littorio. Hanno un bel dire gli ultimi difensori del paesaggio, da Riccardo Blumer a Luigi Zanzi esegeta del Bellotto e del monte Rosa. Se si consegnano le chiavi della città a chi fa del cemento una missione non possono nascere fiori, ma cattedrali nel deserto come quella che ha ucciso per sempre il romantico pratone di padre Beccaro. Inutili esibizioni di muscoli in vetrocemento, buone soltanto per esaltare le riprese dall'elicottero e mostrare quanto Varese sia al passo con i tempi, cioè con una monumentalità vuota e sterile, sovradimensionata e totalmente anonima, che nulla ha da spartire con la sua storia e la bellezza del territorio circostante. Se un mondiale di ciclismo, peraltro fallito in parte nel concorso di pubblico, ha causato attentati al paesaggio di questa portata, non osiamo pensare a quanto potrà succedere di qui al 2015, anno dell'Expò. È necessario perciò che persone come Blumer e Zanzi, con la parte saggia degli intellettuali varesini, prendano una decisa posizione e vigilino ogni giorno per evitare che il mix di politici e cementificatori esploda con effetti devastanti sul poco che rimane da guardare senza rischiare l'ulcera.