«Non ho mai detto che il Fondo Unico per lo Spettacolo debba essere riservato alla Scala di Milano e a Santa Cecilia di Roma, ho solo sostenuto che è mia intenzione presentare una riforma integrale del settore che veda l'autonomia di queste due importanti istituzioni e un impegno maggiore degli Enti Territoriali, soci fondatori di tutte le altre Fondazioni. Non può essere a carico dello Stato l'onere maggiore per il mantenimento di questi enti». Parole del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi - in risposta a una richiesta di precisazione da parte del presidente dell'Anfols (l'associazione dei sovrintendenti delle fondazioni liriche) Walter Vergnano - che hanno, però, un significato inequivocabile. Secondo il ministro, anche per la Fenice - come per altre fondazioni - dovranno essere Regione, Comune e Provincia a sostenere i maggiori costi della gestione del Teatro e non più lo Stato, che fino ad oggi garantiva 16 milioni e 800 mila euro, che saranno già pesantemente ridotti il prossimo anno, con un taglio di oltre due milioni di euro. Ma a Bondi non basta e ora vuole che Comune, Regione e Provincia, che ora versano complessivamente circa 7 milioni di euro l'anno per la Fenice, facciano molto di più, superando con nuovi finanziamenti la quota che lo stato assicura e che è destinata a scendere. Concetti che tra pochi giorni il ministro illustrerà a tutti i presidenti delle fondazioni liriche - compreso Massimo Cacciari per la Fenice - in un incontro in cui presenterà le linee della sua riforma. Ma se Cacciari ha già detto chiaramente che il Comune non può fare nulla di più - i 4 milioni e 200 mila euro passati alla fondazione sono l'unica voce del bilancio di Ca' Farsetti che non sarà tagliata, al di là dei servizi sociali - e che per smantellare la fondazione è allora meglio che arrivi un commissario, molto esplicito è anche il presidente della Provincia Davide Zoggia, che siede anch'esso nel Consiglio di amministrazione della Fenice. «Quelle del ministro sono parole al vento - commenta Zoggia - perché sa benissimo che gli enti locali non possono sobbarcarsi i costi di gestione della Fenice. Mi fa pensare a quel famoso poeta torinese che scriveva, «sto morendo, e tu mi parli d'amore...». Non si scaricano le responsabilità su chi non può assumersele, ma sono molto preoccupato perché dal Governo - come confermano anche le recenti dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta - traspare una chiara volontà liquidatoria nei confronti degli enti lirici». Più cauto il sovrintendente della Fenice Giampaolo Vianello, che intanto si consola con una parziale buona notizia. La raccolta di contributi dei privati per il «Fenice Day» del 22 novembre starebbe andando abbastanza bene e il traguardo prefissato - quello di raccogliere circa 350 mila euro con la serata a favore del teatro - non sembra irraggiungibile. «Credo che le parole di Bondi vadano interpretate - spiega Vianello - e rapportate alle diverse situazioni dei teatri. Quella della fenice, ad esempio, per quanto versano gli enti locali e per quanto è raccolto con entrate proprie e sponsorizzazioni, non è quella di altri teatri, che invece si basano quasi esclusivamente sui fondi statali. Penso che di queste differenze si terrà conto anche nella riforma e non mi scandalizza che si adotti un regime speciale per la Scala di Milano - che ha altri capacità produttive rispetto a tutte le altre fondazioni - e per Santa Cecilia, che non è un ente lirico e non va dunque equiparato ad essi. Che si vada a un contratto nazionale unico, per controllare le spese del personale - oggi circa il 70 per cento del totale - può essere giusto».