Perché premiare Edouard Pommier, certo una stella nel firmamento della cultura europea, ma sicuramente già carico di premi? Quando circolò la voce che fosse lui il vincitore del «Premio Salimbeni» (istituito a San Severino Marche da Giorgio Zampa, Federico Zeri e Pietro Zampetti per un libro di storia dellarte) in molti furono perplessi. Era in lizza il bel libro di Marco Chiarini, una sapiente monografia che trae dalla penombra un singolare pittore del Seicento, Filippo Napoletano. Chiarini avrà il «Premio Federico Zeri», istituito questanno e consono al volume di un vero connaisseur, ma il «Salimbeni» a Pommier si è imposto per più ragioni. Infatti con questultima opera, uscita simultaneamente in Francia da Gallimard e in Italia da Einaudi (Linvenzione dellarte nellItalia dei Rinascimento), Pommier conclude un lungo percorso intorno alla concezione dellarte in rapporto alla società, la visione moderna dellantico, la creazione dei musei, le teorie rivoluzionarie e le spoliazioni napoleoniche. Centro delle riflessioni e delle ricerche di Pommier è stato a lungo Joachim Winckelmann, indagato non soltanto come linventore di una storia dellarte basata sullanalisi formale e non più sulle biografie degli artisti, ma compreso nella sua stessa storia personale, nella quale la conversione alla fede cattolica corrisponde allaprirsi verso un mondo ampio e libero, Roma ovvero «le radici della storia». Allopposto del protestante riluttante Gibbon, che nella storia di Roma trova la decadenza dellimpero, dallo studio delle sculture romane Winckelmann si leva nel libero cielo dellarte greca. E mentre la scopre, avverte il dolore della sua perdita. Nessuno aveva prima così chiaramente individuato il peso di Winckelmann sulle ideologie del Settecento. Pommier ha invece dimostrato come il culto dellineffabile bellezza greca investisse profondamente le idee di riforma della società. Le testimonianze dellarte classica (compreso il Rinascimento) dovevano essere «liberate» e trasferite a Parigi, la nuova Atene. Ivi avrebbero avuto tutta la loro efficacia educativa. Né fu programma senza oppositori. Per Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy, un altro grande personaggio di cui Pommier ha messo in luce il coraggio e loriginalità, sottrarre le opere al contesto in cui erano nate significava privarle di un legame profondo. Si apriva così un dibattito, tuttora vivo, sulla legittimità del museo rispetto al territorio e sul rapporto tra larte e il potere. In particolare sul senso dellItalia, nella sua totalità di arte e paesaggi, nei confronti dellEuropa. Pommier aveva per il momento lasciato in sospeso le origini di una visione dellarte che le attribuiva un valore sociale. In questultimo libro, con unindagine avvincente, riprende le fila del discorso dalle origini. Il quadro si è spostato. Non è più la Francia della rivoluzione, non è più Roma. Siamo a Firenze. Negli studi classici, specialmente della scuola di Vienna, la lotta degli artisti per il riconoscimento dellarte come unattività intellettuale era fatta risalire al Quattrocento. Pommier incomincia da molto lontano. Non vede soltanto gli artisti. Vede una città. Vera o immaginata, la storia narrata da Vasari della processione della Madonna dipinta da Duccio per Santa Maria Novella, che «fu opera di tanta meraviglia fra popoli di quella età», inaugura un processo per cui tutta Firenze è coinvolta nella creatività dei suoi artisti. Sino alla fine del Cinquecento (nella tribuna degli Uffizi si apre a quanti vogliono «pascer locchio») il discorso tra arte e potere sinfittisce e, nella ricerca di Pommier, tocca categorie impensate. Per esempio, per Baldassarre Castiglione il gentiluomo deve intendersi anche darte. Questo libro straordinario, che indaga la costruzione collettiva di un pensiero e di una pratica sociale, esce in un momento molto particolare. Dal 30 gennaio 2008 nelle scuole francesi è prescritto linsegnamento obbligatorio della storia dellarte. E le nuove generazioni scopriranno che larte è stata «inventata» nellItalia del Rinascimento.