PATTO D'AZIONE - Il Governo dica quanto investirà e fissi regole chiare perché i privati investano In questi mesi, i sentieri per l'azione dei Governi sembrano essersi fatti davvero stretti, condizionati dall'esigenza di salvaguardare, al contempo, il sistema creditizio e finanziario, l'equilibrio dei conti pubblici e il potere d'acquisto delle famiglie. Ce n'è abbastanza per far tremare i polsi, senza eccessive distrazioni. In queste condizioni, allora, c'è il rischio che funzioni importanti dell'azione pubblica passino definitivamente in seconda linea? Penso soprattutto alla cultura, anche alla luce delle recenti e importanti prese di posizione di due ministri, Renato Brunetta e Sandro Bondi. Il primo, partecipando a Ravello Lab, i colloqui internazionali organizzati da Federculture, Centro universitario europeo per i Beni culturali e Formez, ha messo l'accento sull'esigenza di innovare profondamente le modalità di gestione dei beni culturali, scagliandosi, in particolare, contro la gestione di musei e fondazioni liriche. Il secondo ha annunciato nuove iniziative (da approfondire e discutere, naturalmente) che comunque vanno nella direzione di regolare, e intensificare, i rapporti con grandi istituzioni internazionali, di razionalizzare l'intervento pubblico, di procacciare risorse private, italiane e straniere. I due ministri affrontano il dilemma fatale che oggi sembra condizionare la cultura italiana (ma non solo): da un lato, garantirne il futuro, la vitalità e la funzione come elemento insostituibile d'identità comune, di progresso civile e anche di sviluppo economico; dall'altro, renderne la gestione efficiente, efficace e partecipata tra pubblico e privato. Non è un problema nuovo, ma la drammaticità delle condizioni attuali gli conferisce nuova e più stringente attualità. Avanzo allora due modeste proposte. La prima è quella di attribuire priorità all'obiettivo di allargare i pubblici e i mercati. Quando il ministro Brunetta denuncia la regressività del sistema di finanziamento pubblico della lirica (tutti i contribuenti, anche i poveri, pagano per i ricchi) denuncia un fatto vero: il punto, allora, è che la cultura, in questo caso la lirica, diventi sempre meno espressione di una condizione sociale. È quello che stanno facendo, per esempio, molti teatri lirici del mondo, a partire dal Metropolitan, per riportare la lirica alla dimensione "pop" che pure ha avuto nel corso della sua storia. Naturalmente, questo contrasta con l'aria solenne, specialistica, elitaria ed esclusiva che il sistema di tutta la musica colta ha assunto, e alla quale alcune (isolate) iniziative dimostrano di saper reagire. Occorre poi lavorare per creare un autentico mercato dei finanziatori privati, per far comprendere loro l'utilità dell'investimento in cultura, in termini di comunicazione e di reputazione sociale. L'altra proposta è quella di un patto fra Stato e istituzioni culturali. Il primo dica chiaramente quanto crede nella cultura e quanto ci vuole investire nei prossimi anni. Ormai, l'opinione pubblica, e credo anche gli operatori, pubblici e privati, sono assuefatti alla dura realtà dei tagli. Adesso è importante assicurare qualche certezza, facendo conoscere quali saranno le risorse sulle quali si potrà ragionevolmente contare. A quel punto, l'esigenza di razionalizzare la spesa, migliorare la gestione, accogliere i privati (anche attraverso i necessari interventi legislativi) sarà compresa e condivisa, senza alibi per nessuno. Fortunatamente, anche nel nostro Paese, non mancano esempi virtuosi di sperimentazioni gestionali ai quali ispirarsi: essi dimostrano come cultura, impresa e sviluppo civile possono risultare obiettivi convergenti. salvatore.carrubbailsole24ore.com