Di età romana, sarà collocato nelloratorio di San Filippo Neri Testimonianza dellantica Hikkara, fu acquistato dal principe Galati e poi smontato dal palazzo di via Ruggero Settimo lla moglie di Renato Guttuso non piacevano, perché pensava che quei pavoni turchesi portassero sfortuna e pertanto era stata categorica: via da quellala del palazzo. Poco importa che stesse parlando di un magnifico mosaico romano di oltre cento metri quadri. Fu così che venne spezzettato e conservato finché una decina danni fa è stato acquistato dalla Soprintendenza dei beni culturali. Il mosaico è oggi finalmente restaurato: ormai più piccolo perché nel tempo qualche tessera è andata perduta, è stato presentato durante la conferenza mondiale sui mosaici allIstituto di Storia Patria, organizzata dal Comitato internazionale per la conservazione dei mosaici, su iniziativa del Centro regionale di restauro diretto da Guido Meli. La storia della sua scoperta inizia molto tempo fa, nel 1873, quando Giuseppe De Spuches, principe di Galati, lo acquistò dopo il ritrovamento a Carini, in contrada San Nicolò, nel podere della signora Ferranti. «Un gran pavimento vermiculato, di stile romano, composto da piccoli pezzi cubici di marmo, di terracotta e smalto, fortemente uniti da un impasto calcareo - scriveva nel 1878 lo stesso De Spuches - Essendomi riuscito di impedire che il monumento iccarense fosse distrutto dal piccone dei giardinieri che lo rinvennero ne ho fatto acquisto e, salvo labside e pochi altri accessori, ridotti quasi in rovina, lho collocato in una stanza della mia abitazione». Il rinvenimento di questo grande mosaico fu decisivo per lidentificazione del sito di San Nicola con il grande insediamento di Hikkara, una cittadina romana in origine nella zona di Montelepre. A distanza di circa un secolo, nel 1975 Antonino De Spuches, erede del principe Giuseppe, mise in vendita il palazzo di via Ruggero Settimo e chiese di potere rimuovere il mosaico in considerazione del fatto che lala entro cui ricadeva il salone con il pavimento era stata acquistata da Renato Guttuso con una clausola che escludeva dallacquisto proprio il mosaico di Carini. «È stata la moglie di Guttuso a non volere il mosaico - spiega Francesca Spatafora direttore del Servizio archeologico della Soprintendenza dei beni culturali - perché credeva che i pavoni rappresentati non portassero fortuna e così fu categorica. Fu un vero peccato che il bene facesse questa fine». Il carteggio tra De Spuches e la Soprintendenza fu lungo ma alla fine venne autorizzata la rimozione del mosaico e lassemblaggio in settanta casse da un metro quadro ciascuno, e il gioiello fu così trasferito dentro un magazzino dello stesso palazzo Galati. Qualche anno dopo, nel 1978, proprio per evitare che il mosaico subisse danni, la Soprintendenza vi appose uno specifico vincolo di tutela. Poi, nel 1981, il mosaico fu venduto alla società Sitas, senza che nessuna istituzione esercitasse alcun diritto di prelazione fin tanto che, nel 1989, la Soprintendenza bloccò il trasferimento delle casse in un complesso alberghiero di Sciacca. «Il rischio era che fosse ricostruito per ridiventare pavimento calpestabile - prosegue la Spatafora - Ma per un bene così antico e importante avrebbe significato correre un rischio incredibile e fu tutto bloccato immediatamente». Solo nel 1996 verranno avviate le procedure per lacquisizione del bene da parte al patrimonio demaniale della Regione, mentre nel frattempo, tutte le settanta casse, furono trasferite al Real Albergo dei Poveri di Palermo. Dopo le prime verifiche, già allora ci si rese conto che il mosaico si era fortemente degradato nel corso degli anni. Nel 1999 lacquisizione divenne definitiva e nel 2004 fu finanziato il progetto di restauro e rimontaggio predisposto dalla Soprintendenza e affidato, per lesecuzione, alla Ditta Formica di Milano. «Il distacco del mosaico dal salone di palazzo Galati - spiega la Spatafora - tagliato secondo uno schema geometrico e conservato in settanta casse, ha comportato nel tempo labrasione dei bordi delle tessere e il distacco di molte di esse. Ecco perché adesso, lintero pavimento risulta più piccolo». Attualmente il mosaico restaurato, che sarà visitabile solo a partire da dicembre, si trova nellOratorio di San Filippo Neri, annesso alla chiesa di SantIgnazio allOlivella di Palermo. «Il nostro obiettivo - spiega la Spatafora - era ricollocare il mosaico in uno spazio nel territorio di Carini, ma purtroppo questo non è stato possibile perché non abbiamo trovato, almeno per il momento nessuna zona idonea. Alla luce delle nuove scoperte di Contrada San Nicola e degli scavi alle catacombe di Villagrazia, limportanza di questo mosaico assume una rilevanza molto importante sotto il profilo storico». Il mosaico presenta una complessa decorazione geometrica alternata a elementi vegetali: nella parte centrale spiccano nove grandi quadrati mentre nellottagono si delinea un fiore a otto petali. Sui calici e sui vasi figurano varie coppie di uccelli, «anitre paonazze, cerulee colombe, pappagalli e upupe» come annotò il De Spuches. Gli stessi uccelli che non piacquero a Mimise Guttuso.
SICILIA - il mosaico di Carini, fine di un'odissea
Il mosaico romano di oltre cento metri quadri, acquistato nel 1873 dal principe Giuseppe De Spuches, fu scoperto a Carini, in contrada San Nicolò, nel podere della signora Ferranti. Fu acquistato da De Spuches dopo il ritrovamento e fu collocato in una stanza della sua abitazione. Nel 1975, il palazzo di via Ruggero Settimo fu venduto e il mosaico fu richiesto di essere rimossi a causa di una clausola nellacquisto. La moglie di Renato Guttuso, che aveva acquistato il palazzo, non voleva il mosaico perché credeva che i pavoni rappresentati non portassero fortuna.
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