La previsione è scontata, visti i tempi grami. La scure calerà sui contributi da assegnare alla cultura e agli spettacoli. Il taglio statale è già quantificato attorno al 20 sul cosiddetto Fus (Fondo pubblico per gli spettacoli) e l'effetto ricadrà a cascata sugli altri enti. Comprensibile l'allarme fra addetti ai lavori e persone sensibili verso questi argomenti, tanto più in una regione come il Friuli Venezia Giulia che ha un settore culturale quasi del tutto dipendente da finanziamenti pubblici ai vari livelli (e cioè regionali, provinciali, comunali). Per capirci qualcosa di più, è utile elencare delle cifre e proporre raffronti. Nel 2007 la cifra complessivamente impegnata dall'assessorato regionale alla Cultura del Fvg ammonta a 35-36 milioni di euro, dopo una forte crescita nell'ultimo quinquennio quello con la giunta Illy visto che nel 2002 la spesa ammontava sui 2628 milioni. Quei 36 milioni sono stati destinati a manifestazioni, spettacoli, editoria mentre altri 8 milioni sono stati spesi come anticipazioni per attività teatrali in una sorta di partita di giro. Un ulteriore milione è andato a restauri e interventi analoghi. Queste cifre non comprendono capitoli di spesa come i lavori su edilizia di interesse culturale o di culto, di competenza di un altro servizio. Va pure segnalato che ulteriori contributi sono stati stanziati dall'assessorato al Turismo per iniziative legate ai propri scopi operativi e istituzionali. In ogni caso, il dato essenziale per inquadrare l'attività culturale è quello dei 36 milioni: è da lì che si sono attinte le risorse per sostenere le manifestazioni che hanno preso piede in una sequenza intensa, rilanciando iniziative già avviate o inventandone di nuove. Ma adesso facciamo un confronto con il Veneto, regione che conosciamo bene e frequentiamo, per turismo, per visitare mostre o assistere a spettacoli. In questo caso l'accesso ai dati è agevolato dal sito Internet www.consiglioveneto.it che propone un chiaro rendiconto sulla gestione. Dunque, nel 2007 quell'assessorato alla Cultura ha distribuito in tutto risorse per 41 milioni di euro, ma la spesa corrente è stata di soli 23 milioni perché quasi 18 hanno riguardato il patrimonio culturale e gli edifici di culto. Dei 23 milioni, 9 sono andati agli spettacoli (con, per esempio, 2,21 milioni alla Fenice di Venezia e 2 all'Arena di Verona) mentre 10 milioni sono stati assegnati a manifestazioni e iniziative (un milione alla Biennale di Venezia e 500 mila euro all'istituto Ville Venete). Infine l'editoria ha ricevuto un milione di euro, musei e biblioteche circa 2,7. Queste le cifre, dunque. Ed emerge che fra Fvg e Veneto c'è un notevole divario, pur tenendo conto delle differenze. Il Veneto è sì quasi quattro volte più popoloso di noi (4 milioni e mezzo di abitanti contro un milione e 200 mila), ma ha un tessuto economico più forte, quindi maggior mecenatismo culturale, mentre città come Venezia e Verona attraggono forti contributi ministeriali e prestigiosi investimenti italiani e stranieri. Ciò non toglie che la differenza segnalata per quanto riguarda le manifestazioni culturali i 23 milioni veneti contro i nostri 36 rappresenta un interessante dato di analisi. La si spiega forse con la forte sensibilità culturale che c'è dalle nostre parti, con il fatto che da noi sono pochi i privati che investono in cultura (a parte le Fondazioni bancarie) e chi lo fa magari preferisce agire proprio a Venezia e dintorni, con la complessità di una zona di confine e multilingue come la nostra. In ogni caso, come detto all'inizio, la forza del nostro settore culturale (e cioè di avere avuto in questi anni un buon finanziamento pubblico) può adesso diventare una debolezza in tempi di riduzioni. La dipendenza in alcuni casi è totale. Certi progetti esistono solo in virtù dei soldi garantiti dall'assessore di turno. C'è chi nel frattempo non ha cercato una propria strada per salvare la sua idea e sganciarsi da questo rapporto comunque limitativo poiché l'assessore, per quanto al di sopra delle parti, non scorderà mai il suo ruolo politico. In regione, del resto, nel volgere di pochi mesi abbiamo assistito qualche anno fa al passaggio da una impronta celtica legata ad Alessandra Guerra a una resistenziale con Roberto Antonaz. Assessori di personalità entrambi, che hanno dato della cultura una propria visione, come è ovvio che sia. Il nodo grosso in regione resta poi legato a certi maxi finanziamenti, come quello di villa Manin. L'idea giusta era di tenere aperta costantemente la dimora dogale e l'amministrazione Illy puntò sull'arte contemporanea. Dal 2004, la Regione ha speso su questo circa 2,7 milioni l'anno, fra mantenimento della villa e mostre, per cui adesso dopo cinque anni siamo arrivati in tutto a oltre 13 milioni, con introiti che arrivano invece a solo il 10 per cento. Un sacrificio enorme e un risultato economico limitato. Secondo l'ex direttore Bonami, adesso negli Usa sanno cos'è villa Manin, ma questo non ha creato qui da noi particolari flussi di visitatori. Eppure come si ricorderà villa Manin ha il precedente della mostra del 1971 su Tiepolo, creata grazie ai contatti giusti e a un lavoro infinito da uno studioso udinese, il dottor Aldo Rizzi. Prima di Marco Goldin, fu lui l'inventore dei grandi eventi nel Nord Est. In quattro mesi la visitarono 325 mila persone, battendo la rassegna dedicata quell'anno da Mantova al Mantegna. Ma i virgiliani hanno continuato su quel tasto a palazzo Te, come accade tuttora, con risultati matematici. Il Friuli invece ha dimenticato la lezione di Rizzi, al punto che Udine non gli ha dedicato finora nemmeno una via.