Pio Baldi si è insediato nel suo ufficio di Napoli da appena un mese. Sorriso sulle labbra e modi eleganti, l'architetto dichiara la sua soddisfazione e i suoi buoni propositi. Dall'ufficio a picco sul mare, in cima a Castel dell'Ovo, guida la direzione regionale dei beni culturali, ruolo occupato fino a trenta giorni fa da Luciano Scala. A Napoli l'architetto c'era già stato su incarico dell'Istituto centrale del restauro, all'indomani del terremoto del 1980, per compiere verifiche su monumenti lesionati. Poi, negli anni successivi, con la città ha avuto una frequentazione fatta di partecipazione a convegni, mostre e al comitato scientifico del nascente Pan, dal quale è poi uscito. Ora si dichiara «onorato e felice» di lavorare a Napoli «che resta una città allegra, nonostante tutto». Qui rimarrà tre giorni a settimana, perché Bondi lo ha reintegrato a capo del «Maxxi», il museo di arte conteporanea di Roma che è praticamente una sua creatura e del quale continuerà a occuparsi fino all'apertura nel 2009 ( vedi riquadro a fianco). Dunque, due giorni a settimana lavorerà a Roma, nella struttura progettata da Zaha Hadid. Chissà che questo doppio binario non possa portare anche scambi e apertura per Napoli. Intanto chiediamo a Baldi di passare in breve rassegna la situazione dei beni culturali in Campania, a partire da Pompei. Architetto, la nuova super-sovrintendenza di Napoli e Pompei era stata una delle innovazioni contestate della riforma Rutelli. Lei come la vede? «Certamente è un incarico di grande responsabilità, ma non lo vedo impossibile da sostenere. E poi Guzzo ha le spalle forti». Su Pompei è intervenuto un paio di giorni fa il ministro Bondi che ha anticipato il prossimo intervento di un privato. Qual è il suo parere su questo argomento? «Non conosco i dettagli del piano di Bondi: non so chi è il privato in questione né come si articolerà l'intervento. Ma in generale non sono contrario all'ingresso dei privati nel settore dei beni culturali, chiaramente a certe condizioni e fatta salva la tutela del bene. Nella Fondazione Maxxi, ad esempio, c'è interesse da parte di finanziatori privati. Eppure per l'arte contemporanea il discorso può essere più facile, mentre gestire un museo di arte antica con i privati mi sembra più difficile. I musei, non dimentichiamolo, non danno reddito e i privati elaborano piani industriali per ottenere dei ritorni. A livello di immagine questi investimenti di certo pagano, specie se si investe su di un sito famoso come Pompei, ma sul piano economico non ci si può aspettare molto, sebbene gli incassi in biglietteria siano notevoli». In generale come ha trovato la situazione in Campania? «Questa regione è una delle più ricche di patrimonio culturale in Italia. Farò il meglio che posso, ma molti nodi hanno un'origine lunga, non è semplice scioglierli. Come Bagnoli ». Si è fatto un'idea? «Credo che ci sia un problema nel conciliare le diverse soluzioni. E in questo Bagnoli è una metafora di Napoli: ovunque esiste una forte capacità di veto e una scarsa capacità decisionale. Qui è facile bloccare le cose, non si trova mai l'accordo. Accade un po' così anche a Roma, ma fino a un certo punto: al Pincio, ad esempio, dopo tante discussioni si è presa una decisione. Il fatto è che a Bagnoli ci sono troppi interessi in gioco e tanti interlocutori: Comune, Regione, Bagnoli Futura, Sovrintendenza». Quale sarà il suo ruolo? «Credo che il mio compito debba essere quello di cercare la collaborazione con gli enti locali. Vorrei sfatare il mito della Sovrintendenza che blocca sempre ogni iniziativa. Vorrei trovare per ogni problema soluzioni condivise con enti locali e imprenditoria. Penso di dover essere un buon mediatore, fatti salvi naturalmente i diritti di tutela della sovrintendenza ». Lei si occupa di arte e di architettura contemporanee. Come giudica le recenti iniziative napoletane? «Il Madre è un centro di eccellenza, un bellissimo museo che riqualifica una zona degradata. E poi l'arte contemporanea è il futuro. Non possiamo essere un popolo sempre retroflesso sulle nostre origini antiche, per quanto splendide. Però un solo museo di arte contemporanea non basta per far entrare la città nel circuito del turismo di settore. Ce ne vogliono di più. E il Pan mi sembra abbia bisogno di un forte rilancio. Giudico invece geniale l'idea del metrò dell'arte che, tra l'altro, stimola il senso civico: laddove sono esposte le opere gli spazi sono puliti e civili. Insomma, quanto l'arte contemporanea possa risolvere i problemi di Napoli non lo so, ma è stata uno degli ingredienti del periodo del cosiddetto "rinascimento" oggi così appannato». E sull'architettura? «Va certamente effettuata una ricognizione delle opere realizzate tra il 1930 e gli anni Settanta, periodo in cui l'architettura è stata importante in Italia. Poi senz'altro è da salvaguardare tutto ciò che ha realizzato Luigi Cosenza, a partire dal Mercato Ittico». A proposito di contemporaneo, conosce anche il nuovo museo Nitsch e la Fondazione Morra Greco? «No, ma ci andrò. Mi sto aggiornando su Napoli» Infine, come procede il Maxxi? «La collezione è già stata completata e acquistata: ci sono molte più opere di quante non ne potrà contenere il museo, saranno esposte a rotazione. La struttura funzionerà con mostre e iniziative legate a moda, design, cinema, pubblicità. Il fatto è che l'arte contemporanea individua le forme, i colori, le mode che poi entrano nel circuito della cultura. Le architetture di Gerhy hanno reinterpretato la Pop Art, i neon di Flavin hanno avuto un diluvio di imitatori. Sono solo due esempi, ma significativi. Il Maxxi dovrà diventare l'espressione dell'arte italiana nel mondo, ospitando anche stranieri naturalmente, ma dando continuità alla tradizione delle arti figurative che in Italia è unica».