In un momento di crisi e di «tagli» di investimenti, qualsiasi azienda gestita con intelligenza sceglierà di puntare sui prodotti più richiesti dal mercato e di abbandonare gli altri a se stessi. Se l' azienda è lo Stato, logica vorrebbe che si decidesse di tagliare le attività improduttive (i cosiddetti «rami secchi») e di potenziare quelle che possono portare flussi di danaro. Non c' è dubbio che, nel nostro Paese, l' unico settore in grado di crescere e di espandersi sia il turismo. E per quale motivo i turisti dovrebbero scegliere l' Italia se non per le sue città d' arte e per i suoi musei? Per questo, le affermazioni del ministro Brunetta a riguardo non sono del tutto condivisibili. Ci saranno pure alcuni musei «vecchi e polverosi», ma il problema va posto in altri termini. Sarebbe necessario chiedersi perché i musei italiani versino in condizioni di «povertà». Una povertà che non consente loro di avvicinarsi, neppure lontanamente, ai loro concorrenti francesi, tanto per fare un esempio. La cattiva gestione, le difficoltà organizzative, la pessima comunicazione sono reali; ma non dipendono solo dai direttori e dai soprintendenti che, nella maggior parte dei casi, cercano di lavorare nel miglior modo possibile. In questo caso, le responsabilità principali sono dello Stato, che si comporta non come una madre, ma come una cattiva «matrigna». Non si dice mai che gli incassi derivati dalla vendita dei biglietti e dei gadget non rimangono ai musei, ma finiscono nel calderone del ministero e, da lì, vengono redistribuiti. E' facile immaginare che soltanto una parte del danaro effettivamente incassato tornerà alla fonte. E con notevoli ritardi. Questo sistema «perverso» - che toglie con una mano quello che dà con l' altra - penalizza ciò che dovrebbe sostenere e blocca qualsiasi tentativo di migliore gestione. Gallerie pubbliche e musei, se godessero di maggiore autonomia, sarebbero incentivati a riorganizzarsi, a cercare nuove fonti di finanziamento e a puntare di più sulla comunicazione, al fine di attrarre nuovi visitatori. Basta guardare alla Francia per accorgersi che, oltre confine, i beni culturali sono trattati con una logica aziendale. Non soltanto i musei, ma anche ville e castelli possono contare su una gestione moderna e sanamente «aggressiva». E i risultati si vedono: la Francia, con un patrimonio artistico molto meno ricco di quello italiano, ha raggiunto il primato nel campo del turismo, dove il nostro Paese continua a perdere terreno. Non abbiamo la pretesa che tutti i nostri uomini politici siano sensibili alla cultura. Ma almeno le cifre - queste sì - dovrebbero essere molto più convincenti.
PATRIMONIO DA VALORIZZARE: modello francese per i nostri musei
Il ministro Brunetta ha affermato che i musei italiani non sono in grado di attrarre i turisti a causa della loro condizione di povertà. Tuttavia, il problema non è solo la gestione dei musei, ma anche la cattiva gestione dello Stato, che preleva i fondi incassati dai musei e li redistribuisce senza garantire una parte significativa del denaro ai musei stessi. Questo sistema penalizza la gestione dei musei e blocca qualsiasi tentativo di miglioramento. In Francia, invece, i beni culturali sono gestiti con una logica aziendale, con risultati positivi. Il Paese ha raggiunto il primato nel campo del turismo, anche se ha un patrimonio artistico meno ricco di quello italiano.
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