Renato Brunetta ha scandalizzato tante brave persone in lutto per i tagli al bilancio dei Beni culturali. Come al solito, c' è chi ha guardato al dito piuttosto che alla luna. Ma in questo caso basta guardare al dito per dargli ragione. Brunetta ha deplorato i musei ridotti a depositi ed i cartelloni dei teatri lirici ispirati dai gusti di una ristretta élite. In effetti non si sa come definire musei ordinati secondo categorie settecentesche ed enti lirici che da decenni non producono opere contemporanee. Non è arbitrario dedurne che la nostra politica culturale tutela un' area di rendita parassitaria. Tre secoli fa, quando le "enclosures" spezzarono i latifondi, nacquero le città e migliaia di giovani uscirono dalla servitù della gleba. Qualcosa di simile può accadere ora nell' ambito delle politiche culturali per superare quella separazione netta fra specialisti e comuni cittadini che ha imbalsamato il settore e per dare a migliaia di giovani laureati l' occasione di uscire dalla servitù cui sono costretti dai baroni della cultura. Non sarà un paradosso, quindi, se Bondi ringrazierà Tremonti per aver affamato una bestia condannata alla bulimia dalla pretesa di tutelare con le regole del 1942 un patrimonio nel frattempo dilatatosi all' infinito.