Piccoli ma squassanti terremoti scuotono il Ministero per i Beni e le attività culturali che si avvia a grandi passi verso la devolution. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo schema di Regolamento interno e un articolo, il numero 17, prevede «l'eventuale soppressione» delle Soprintendenze autonome archeologiche di Roma e Pompei e dei Poli museali di Firenze, Roma, Napoli e Venezia (il provvedimento non è definitivo: verrà trasmesso ora al Consiglio di Stato ed alle commissioni parlamentari). La decisione, per quanto riguarda le Soprintendenze archeologiche, era temuta e anzi tempo fa si era affacciata, ma dopo molte pressioni era stata abbandonata. Una prima bozza, che circolava giorni fa, non la prevedeva. Ma l'ultima versione sì. Il primo a reagire con sconcerto è Adriano La Regina, dal 1976 Soprintendente a Roma, figura di primo piano della salvaguardia in Italia: «Questo regolamento prelude ad una separazione dei nostri monumenti e dei nostri musei dalla tutela del territorio, che passerebbe alle Soprintendenze regionali. Monumenti e musei potrebbero finire invece in una Fondazione, dove intervengono anche i privati, cosi come è accaduto altrove in Italia». Ma la tutela può soffrirne? «Le Soprintendenze regionali, che da ora in poi si chiameranno Direzioni regionali, ed avranno più poteri di prima, possono essere dirette non solo da archeologi, ma anche da storici dell'arte o da architetti. E persino da personale esterno al ministero, da amministrativi o da manager. E sarebbe gravissimo che la tutela del patrimonio archeologico di Roma fosse affidata a figure che non siano archeologi: è la fine di un'epoca. All'estero non ci facciamo una bella figura. L'autonomia della Soprintendenza romana, che gode di elevatissimo prestigio internazionale, risale a un progetto dei ministri di centrosinistra, Walter Veltroni e Giovanna Melandri. Ma solo negli ultimi mesi aveva iniziato a decollare, potendo la Soprintendenza utilizzare le somme incassate al Colosseo o al Museo Nazionale Romano anche per finanziare la salvaguardia del patrimonio che a Roma si estende su una parte immensa del territorio. Ed è evidentemente questa vigilanza che non è ben vista da molti. L'istituzione dei Poli museali (che accorpavano gallerie e musei statali di Roma, Firenze, Napoli e Venezia), sganciati dalle Soprintendenze, era stata invece accolta da giudizi contrastanti: alcuni avevano plaudito, sostenendo che l'autonomia dei musei ne garantiva il miglior funzionamento; altri avevano contestato l'innaturale separazione fra i musei e il territorio da cui in buona parte traevano le opere esposte e le collezioni. Dice Irene Berlingò, presidente dell'Assotecnici (l'organismo che riunisce i funzionari delle Soprintendenze): «Noi ci opponemmo alla nascita dei Poli museali, perché smembravano uffici, sedi, biblioteche e archivi. Ma ora non sappiamo che destino avranno. Mentre invece siamo assolutamente contrari alla soppressione delle Soprintendenze autonome». È Gianfranco Cerasoli, segretario Uil per i Beni e le attività culturali, che ipotizza scenari per il futuro (la sua organizzazione ha proclamato uno stato di agitazione): «Anche i musei che ora rientrano nei Poli potrebbero essere presi incarico da Fondazioni e così tornerebbe in piedi il progetto di affidarne la gestione anche ai privati, progetto avanzato più di un anno fa e poi ritirato».