Per i beni culturali le sorprese non finiscono mai. Per cui c'è da stare sempre sul chi va là, di questi tempi, Cosi succede ora? Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare il regolamento di riforma dell'organizzazione del ministero capitanato da Giuliano Urbani, testo che deve passare a titolo consultivo delle Camere, e al Consiglio di Stato, prima di essere approvato. Il testo rispecchia lo schema già annunciato, con i dipartimenti, l'abolizione del segretario geniale e così via, ma riserva anche diverse sorprese. In primo luogo Urbani cerca di far rientrare dalla finestra l'ipotesi d affidare la gestione e i servizi dei musei ai privati. In piegando come modello la nascente fondazione del Museo egizio di Torino. E con l'«eventuale» (ma così diventa più che probabile) soppressione dei poli museali di Venezia, Firenze, Roma (che sono due, c'è anche la soprintendenza archeologica) e Napoli. Soppressione prima prevista, poi abolita, ora ricomparsa come un fungo improvviso. Mentre è certa l'eliminazione della sovrintendenza autonoma di Pompei, che ha dato risultati più che buoni; è abrogato, infetti, l'articolo 9 della legge 35297, che ne sancì la nascita. Queste soprintendenze si troveranno ora sotto la direzione regionale del ministero, comparto che sostituisce il soprintendente regionale. Una burocratizzazione. Conseguenze? La soprintendenza archeologica di Roma, ad esempio, dipenderà dalle esigenze e idee del direttore regionale. Che magari sarà un architetto, non un competente della materia. Sempre per fare un esempio, in casi di contenziosi con le autorità di una città per scavi che gli archeologi giudicano devastanti, a dirimere la questione sarà appunto quel dirigente regionale. Eliminare l'autonomia dei poli museali va di fatto contro la tendenza ad affidare più poteri alle periferie. C'è un altro passaggio che indica bene in quale direzione punti questo governo in tutti i settori: è scritto nero su bianco che la direzione per i beni archeologici «affida in concessione a soggetti pubblici o privati l'esecuzione di ricerche archeologiche o di opere dirette al ritrovamento di beni culturali». È la prima volta che il regolamento lo prevede. Accade, magari, che dei privati aiutino o facciano delle ricerche, ma sempre in forma di collaborazione e niente più: formalizzare il principio è diverso, è un altro piccolo ma significativo passo verso la privatizzazione. Mentre nella «direzione generale per l'innovazione tecnologica» non sono nemmeno citati istituti fondamentali del ministero come l'Opificio delle pietre dure, l'Istituto centrale del restauro, quello della patologia per il libro e altri che devono rientrare sotto questo tetto. Contro queste «sorpresine» nel regolamento si scaglia la Uil che, per bocca del segretario di settore Gianfranco Cerasoli, annuncia uno stato di agitazione nazionale dalla prossima settimana, con possibilità di ricorrere allo sciopero nelle città dei poli museali e nelle aree archeologiche bloccandone l'attività. Davvero, per l'arte del Paese non può esserci pace, oggi.