Ma davvero «Urbani umilia il cinema italiano», come titola a tutta pagina l'Unità? La riforma del ministro, varata dopo un'estenuante consultazione con le categorie, viene giudicata «devastante» da Citto Maselli e Ugo Gregoretti, autorevoli rappresentanti dell'Associazione degli autori. Solo che l'Arac non è «il» cinema italiano. Ne incarna la componente più ideologica e conservatrice, anagraficamente stagionata: quella che, in nome delle supposte ragioni della creatività e dell'arte, non si rassegna a perdere certi privilegi del passato garantiti da una legge spendacciona e miope, quella sì «devastante», che sovvenzionava decine e decine di film all'anno, sapendo benissimo che il mercato non li avrebbe mai potuti assorbire. Fra la logica di «tanto paga Pantalone», e infatti su che cosa ironizza, tirando in ballo il genio improvvisatore di Fellini, i dialoghi scritti sui biglietti del tram da Rossellini e addirittura le infinite stesure dell'Infinito di Leopardi, il pur spiritoso Gregoretti? Sulla ragionevole sottocommissione, prevista dalla nuova normativa, che verificherà ex post se, a montaggio concluso, il film corrisponde sostanzialmente al copione finanziato. Come se non sapessimo, tutti noi che ci occupiamo di cinema, che troppe volte, in corso d'opera e a fondo ottenuto, registi e produttori hanno stravolto la sceneggiatura, pensando di avere mano libera. Ora, in materia di cinema d'autore, un naturale scarto tra pagina scritta e film finito dove essere ovviamente messo in conto, nessuno lo nega: ma non l'imbroglio «artistico» ai danni e coi soldi dello Stato. Detto questo, resta il problema. E cioè che per i film finanziati dalla mano pubblica non ci sono più soldi in cassa, il Fondo unico di intervento, che doveva essere a rotazione, rischia di esaurirsi, per il semplice motivo che i soldi prestati dallo Stato nella maggior parte dei casi non sono stati restituiti. Alla Bnl sono depositati solo quaranta milioni di euro, e neanche bastano a coprire il costo delle ultime delibere, che ammonta (tra film «di interesse culturale nazionale», opere prime e seconde e vecchi aiuti alla distribuzione) a circa 52 milioni. Il disastro, frutto di una finanza allegra, parte da lontano, ma è per certi versi bipartisan: ai danni provocati dalla riforma Veltroni del 1997, che raddoppiò, portandolo da 4 a 8 miliardi di lire, il contributo massimo per film senza ridurre il numero, vanno aggiunte le responsabilità di una commissione consultiva (stavolta di centrodestra) che non ha saputo, o voluto, arginare il fenomeno, nonostante le raccomandazioni di Urbani. Anzi, come i lettori forse ricorderanno, gli esperti guidati dal dottor Gianni Profila, direttore generale per il cinema presso il ministero, hanno continualo a promuovere decine di sceneggiature (69 fondi di garanzia e 40 «articoli 8» solo nel 2003): con il risultato di mandare in tilt il sistema, non riuscendo esso più a prevedere adeguata copertura, e quindi di bloccare tutto. Il Giornate è stato anche portato in tribunale, con rito d'urgenza, per aver rivelato i trucchi, consolidati e accettati da tutti, che avevano permesso a un discutibile progetto, peraltro bocciato anche da due membri della commissione, di ricevere il sospirato riconoscimento, aprendo così la strada al finanziamento vero e proprio. Naturalmente siamo stati assolti dall'accusa di aver diffamato, ma quel film con buona probabilità riceverà un contributo di oltre 3 milioni di curo; mentre Agata e la tempesta di Silvio Soldini (nelle sale tra qualche settimana) e la vita che vorrei di Giuseppe Piccioni (alla nona settimana di riprese), per motivi tecnico-burocratici legati all'andazzo dei mesi scorsi, rischiano di non poter accedere ai finanziamenti che pure si meritano. Vi pare giusto? Era scontato che, nel passaggio tra la vecchia e la nuova legge, si sarebbero verificati degli inconvenienti: per questo le norme transitorie hanno cercato di mettere ordine nella delicata materia, confermando solo quei progetti corredati dalla perizia del Gomitato per il credito. Nondimeno, in queste ore tutti spingono, brigano, accampano dritti e amicizie, nella speranza di sfuggire ai rigori di quel referenze System introdotto da Urbani per evitare gli sprechi del passato.
L'Unità, Urbani e i soldi pubblici
Il ministro del cinema, Urbani, ha varato una riforma che è stata giudicata devastante dagli autori. La riforma prevede una sottocommissione che controlla se il film corrisponde al copione finanziato, ma gli autori ritengono che questo sia troppo restrittivo. Inoltre, il Fondo unico di intervento, che era a rotazione, rischia di esaurirsi perché i soldi prestati dallo Stato non sono stati restituiti. La riforma è stata anche criticata per aver aumentato il contributo massimo per film senza ridurre il numero. Gli esperti del ministero hanno promosso decine di sceneggiature senza riuscire a prevedere adeguata copertura, il che ha bloccato il sistema.
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