A cento anni dal rogo che li devastò nella notte del 25 gennaio 1904, risorgono dai loro resti fuligginosi e agglutinati le pergamene e i manoscritti antichi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Il miracolo, atteso da un secolo e sempre rinviato a causa di guerre e di penuria di fondi, avrà compimento totale entro il 2005, grazie a 5 milioni di euro, che rendono infine possibile l'impiego di tecnologie d'assoluta avanguardia. I primi risultati dell'intervento, curato con il sostegno scientifico dell'Università di Torino e del Politecnico di Milano, verranno documentati da una mostra che avrà luogo il prossimo novembre alla Biblioteca, in piazza Carlo Alberto 3. I cantieri, voluti da Francesco Sicilia, direttore generale dei beni librali presso il Ministero dei Beni Culturali, sono coordinati dal direttore della Biblioteca di Torino Aurelio Aghemo, affiancato da Francesca Porticelli, Maria Letizia Sebastiani e Angelo Giaccaria. «Vogliamo con queste opere -dice Aghemo - mettere la parola fine a un lutto che colpì con durezza la città. Quella notte del 1904, quando la Biblioteca era ancora in via Po, il fuoco devastò locali ontenenenti 4500 manoscritti. Ne andarono persi 1800, fra i quali il Codice Teodosiano e frammenti di Cicerone. Ciò che non finì in fumo fu lesionato gravemente, come parte del "Libro delle Ore" del Duca di Berry, la "Naturalis Historia" di Plinio, miniata da Mantegna o gli «Scriptores Historiae Augustae" con miniature di Pisanello». «Domato l'incendio - ricorda Francesca Porticelli - i resti del salvabile furono raccolti nell'ex fabbrica di tabacchi, allora esistente dove oggi c'è piazzale Aldo Moro. I primi interventi di restauro furono curati nel laboratorio di "Scienza Medica" di via Po 18». «I danni - prosegue Aghemo - si rivelarono subito gravi. Il fuoco aveva fatto restringere le pergamene per poi agglutinarle in neri e solidi blocchi, nei quali l'acqua d'estinzione aveva innescato processi di putrefazione. Per bloccarli si utilizzò formaldeide, che provocò però una sorta di vetrificazione dei resti». Ai bibliotecari di un secolo fa non rimase che raccogliere quei miseri blocchi fuligginosi, in attesa di processi di restauro che allora non riuscivano nemmeno a immaginare. Vi provvide dal 1921 la grande restauratrice Erminia Caudana. Mise a punto un metodo segreto per risanare le pergamene e riuscì a restituire parziale decoro a centinaia di esemplari. Ma molto restava da fare. «Ora riusciremo a compiere l'opera» dice Maria Letizia Sebastiani. «Abbiamo innanzitutto microfilmato tutti i manoscritti lesionati. Sono già stati affidati al restauratore Nicola d'Aramengo oltre 31 mila fogli cartacei. Fra breve ne aggiungeremo 59 mila, per poi provvedere a 39 mila fogli pergamenacei». Quando riacquisteranno un'identità saranno ricomposti nei loro codici, per quanto possibile. «Abbiamo scelto - spiega Angelo Giaccaria - tecniche di restauro non invasive. I fogli di carta vengono prima puliti dalle fuliggini, poi consolidati nei bordi con resine sintetiche e rinforzati con collanti, senza usare velature totali, che ostacolerebbero la successiva riproduzione digitale». «Il trattamento delle pergamene - interviene Sebastiani- parte invece dal blocco agglutinato. Viene inserito in un'urna detta "camera guanti", nella quale si diffondono per 48 ore vapori d'acqua e d'alcoli. Questi incominciano ad "aprire" il blocco, che può essere sfogliato con pazienza dal restauratore. Se necessario sono poi immersi in acqua, alcoli e urea, quindi vengono lavati e fatti essiccare su telai. Recuperano così un terzo delle loro dimensioni originali». Vi sono però documenti che il calore ha annerito per sempre. Si credevano illeggibili, ma una macchina brevettata dalla «Fotoscientifica» di Parma ne recupera lo stesso i testi. «Si tratta -precisa Giaccaria - di un'ispezione multispettrale digitale. Fa l'analisi del foglio annerito, tramite luci con differenti lunghezze d'onda, che un computer rielabora riproponendo in video il testo originale ripulito, come se il fuoco non l'avesse sfiorato».