Finora pareva una missione impossibile. Nessuno aveva mai creduto di poter restaurare i tesori archeologici che giacciono in fondo al mare. Pulire dai residui del tempo antichi relitti, ancore, porti, case e ville sommerse. Consolidarli e poi proteggerli da flora e fauna marine, dall'effetto devastante delle onde. Ottimi propositi, certo, ma come fare? E poi perché intervenire proprio ora su strutture che sono sommerse da centinaia di anni? «Oggi si costruisce sempre più sulle coste e si modifica il delicato equilibrio che ha conservato per secoli le strutture sottomarine», dice l'archeologo Giuliano Volpe, dell'Università di Foggia. «E poi anche la pesca a strascico fa danni notevolissimi, per non parlare delle turbosoffianti per la pesca delle vongole». Inoltre, c'è ormai la consapevolezza che è troppo complicato e costoso portare fuori dall'acqua tutto quel che giace nei fondali. Persino la recente Convenzione Unesco sulla protezione del patrimonio culturale sottomarino stabilisce che bisogna lasciare le scoperte subacquee il più possibile dove stanno, perché quando si toglie un oggetto dal suo contesto si rischia di perdere informazioni preziose. Ma anche perché oggi si vuole sempre più mostrare al pubblico i beni sommersi nel loro ambiente. I subacquei sanno bene che persino la vista di un'ancora incagliata sul fondale è un'emozione indicibile. E che dire poi di luoghi davvero unici come Baia sommersa, nel golfo di Pozzuoli, dove le famose ville degli ozi dei Cesari sono sprofondate per il bradisismo sotto appena sei metri d'acqua. Lì anche chi non è sub su barche col fondo di vetro può vedere grandi mosaici, marmi, portici, colonnati, terme, peschiere e taverne, con pesci colorati che nuotano tutt'intorno. O almeno poteva fino all'estate scorsa, quando la straordinaria ondata di caldo ha provocato una crescita abnorme della vegetazione marina che ha inghiottito il sito archeologico. Proprio per riportare alla luce questo sito sono intervenuti i tecnici dell'Istituto centrale del restauro (Icr), su iniziativa dell'archeologo Roberto Petriaggi. E l'autunno scorso hanno fatto un primo esperimento su un piccolo mosaico. L'hanno pulito, hanno sostenuto con sacchi di sabbia il pericolante massetto di fondazione per evitarne il crollo, e poi hanno consolidato le tessere e colmato le lacune con attente iniezioni di malta idraulica. Una malta speciale, studiata apposta perché non si disperda in acqua consentendo di eseguire lavori di alta precisione. Per applicarla hanno usato una sorta di imbuto da pasticciere e anche un ingegnoso erogatore subacqueo a pressione, fatto di un serbatoio di malta in acciaio inox alimentato da una bombola ad aria, che consente di iniettare la malta in profondità. Ora il mosaico è tornato a essere visibile e al tempo stesso è stato reso più solido dai restauri. Ma non basta. All'Icr si sta studiando il supporto migliore per poter applicare ai mosaici - ma anche a colonne, affreschi e murature - dei biocidi, sostanze in grado di rallentare l'attecchimento della vegetazione e tenere lontani pesci e altri animali marini. Un esperimento già in parte tentato sulle peschiere della villa romana di Torre Astura, sulla costa laziale. Lì i biocidi erano stati addizionati alla malta usata per consolidare le murature. A oltre un anno dall'intervento sono ancora molto pulite. «Operiamo in armonia con l'ambiente», dice Petriaggi. «A Torre Astura abbiamo persino ripiantato un po' più in là le piante acquatiche staccate dai muri, perché potessero continuare a vivere. Però le costruzioni antiche vanno tutelate, altrimenti la situazione diventa ingestibile, come è accaduto a Baia». C'è però anche chi frena gli entusiasmi e invita alla cautela. «Siamo solo ai primi esperimenti, tutti interventi di piccola entità. C'è ancora moltissima strada da fare», dice Patrizia Palonta, coordinatore scientifico di Arké, rete europea per lo studio e la valorizzazione del legno sommerso e di altri materiali. «E non è ancora chiaro se il restauro subacqueo debba avere solo un fine conservativo o se possa servire anche per una presentazione del sito al pubblico. Non si è ancora ragionato a sufficienza sui costi di gestione di un sito archeologico subacqueo, e sulla capacità di far convivere sottacqua correttezza culturale e valorizzazione turistica». Intanto c'è chi, senza preoccuparsi della valorizzazione, si è ingegnato per conservare. Il problema era grosso: una villa romana nella laguna di Venezia, metà sottoterra e metà sommersa dalle acque, con muri alti oltre due metri sottoposti all'azione di correnti fortissime, capaci di cancellare ogni cosa. L'anno scorso un muro è crollato e il Consorzio Venezia nuova, su indicazione del Magistrato alle acque e con la direzione scientifica della Soprintendenza, ha deciso di intervenire. Anche perché le indagini hanno rivelato la grande importanza storica della villa: il muro delimita un pozzo-cisterna per la raccolta e la depurazione dell'acqua piovana del tutto simile a quelli chiamati «alla veneziana» e da sempre considerati una geniale invenzione della città lagunare. Ora si è scoperto che li costruivano già i Romani. Per proteggere dalle correnti la grande villa con quel pozzo così prezioso, si è costruito tutt'intomo una barriera metallica che non emerge dalle acque. Poi si è passati all'intervento sul muro. «Abbiamo faticato tantissimo per trovare il tipo di malta giusta», racconta l'archeologo Marco D'Agostino. «E per realizzare, con l'aiuto di un artigiano, mattoni uguali a quelli ormai perduti Ci famosi sesquipedali romani, mattoni quadrati con lato di un piede e mezzo, ndr). I mattoni originali ancora integri sono stati smontati, puliti e poi si è rimontato il tutto. Ora il pozzo è di nuovo al suo posto. E anche se non sarà visitabile (in laguna la visibilità è molto scarsa), conserva comunque memoria di una grande scoperta, un nuovo importante capitolo nella storia della Laguna.
I restauratori ora toccano il fondo (e vengono a galla nuove scoperte)
L'archeologo Giuliano Volpe sottolinea l'importanza di proteggere i tesori archeologici sommersi nel mare, come le strutture romane in fondo al mare. Tuttavia, l'intervento è complesso e costoso, e la Convenzione Unesco suggerisce di lasciare le scoperte subacquee il più possibile nel loro contesto. I subacquei e gli scienziati stanno cercando di trovare metodi per pulire e consolidare i mosaici e le strutture senza danneggiarle.
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