Lassociazione degli enti lirici: "Vorrebbe dire licenziare migliaia di persone" Il federalismo? Si può applicare anche alla cultura e alle fondazioni liriche. Ne è convinto il ministro ai Beni Culturali, Sandro Bondi, che chiudendo un convegno a Roma sul made in Italy ha dettato la sua ricetta per risolvere la crisi ormai decennale del settore, con leffetto di far insorgere tutto il mondo della musica. Non solo ha confermato gli annunciati tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) per i prossimi anni, ma ha prefigurato un nuovo scenario per i quattordici teatri lirici dItalia: «È mai possibile che lo Stato debba sempre ripianare i loro debiti?» ha detto «Io credo che si debba cambiare sistema: nella musica abbiamo due punte di eccellenza, il Teatro alla Scala di Milano e lorchestra Sinfonica Santa Cecilia di Roma. Ebbene, concentriamo il grosso delle risorse su di loro. Se poi altre importanti città dItalia vogliono un loro teatro dopera, allora il Comune o la Regione dimostrino il loro amore per il teatro, ne facciano un vanto per la loro città e facciano dunque uno sforzo conseguente, perché, secondo me, lo Stato potrà pure fare la sua parte, ma non è giusto che paghi sempre tutto». Più tardi Bondi ha in parte attenuato il senso del suo intervento, parlando di una riforma che dia «maggiore autonomia» alle istituzioni di Roma e Milano e preveda «un maggiore impegno degli enti territoriali» per le altre fondazioni liriche. Una posizione che comunque rischia di trasformarsi in una bomba lanciata su un sistema già in crisi profonda (due teatri, Genova e Napoli, sono attualmente commissariati). La prima reazione è quella di Walter Vergnano, sovrintendente del Teatro Regio di Torino e presidente dellassociazione delle fondazioni liriche (Anfols). «Mi auguro che lidea sia stata già sottoposta ai presidenti delle Regioni e ai sindaci delle città con un teatro lirico, e che laccordo sia stato trovato» dice polemicamente, sottolineando che «lo Stato ha deciso anni fa con una legge di contribuire in modo sostanziale al sostentamento degli enti lirici. Si può cambiare, ma con laccordo di Regioni e Comuni. Altrimenti questo vuol dire chiudere di fatto i teatri e licenziare 5 mila persone». Sulla stessa linea è il sovrintendente della Fenice di Venezia, Giampaolo Vianello, che contesta anche il riferimento del ministro al ripianamento dei debiti: «Le perdite che lo Stato ripiana sono solo quelle che derivano dai tagli che ci infligge». E aggiunge: «Non sono daccordo come cittadino. Se esistono solo la Scala e Santa Cecilia, cosa possono fare gli appassionati del resto dItalia? Il sistema può anche cambiare, ma sostenere in questo momento "ci pensino le Regioni" equivale a dire "chiudiamo i teatri"». La conclusione è provocatoria: «Se intendono cambiare sistema, farebbero meglio ad avvisarci qualche mese prima». Difende il ruolo e la storia del Maggio Musicale Fiorentino il sovrintendente Francesco Giambrone: «Sono sorpreso che, per lennesima volta, il ministro dimentichi che le punte di eccellenza non sono solo la Scala e Santa Cecilia, ma anche altri teatri e, in particolare, il Maggio. Nessuno chiede che lintervento dello Stato serva a ripianare i debiti, ma si sappia che i tagli imposti al Fus determineranno nuovi deficit e renderanno impossibile la sopravvivenza dei teatri italiani». Di «improvvisazione» parla il sindaco di Firenze, e presidente dellAnci, Leonardo Domenici: «Presa di posizione di una gravità assoluta». Anche il sindaco di Torino Sergio Chiamparino definisce «inaccettabile» la logica del ministro e ricorda, velenosamente, che le due realtà eccellenti citate da Bondi sorgono in città governate dal centrodestra.