Non solo non ci vede nulla alla moda (politicamente e storicamente parlando), in questa legge che vuole dare vita a un circuito di musei sulla moda e il costume italiani, ma anzi la considera «un'operazione centralista molto pericolosa», «un parto legislativo dai dubbi profili costituzionali», «uno spreco di risorse». Quindi: «O si discute, si chiarisce e si cambia oppure utilizzeremo ogni strumento, non escluso queilo del ricorso alla Corte Costituzionale...». Ettore Albertoni è uno di quei leghisti che è più facile incontrare in biblioteca piuttosto che tra i gazebo di una fiera padana. Discettava di federalismo con Miglio. Ha studiato il Cattaneo. Non infiamma le folle, ma è capace di spaccare in quattro il comma di una legge. Professore universitario, ex consigliere Rai, attuale assessore lombardo alle culture, identità e autonomie (tiene molto alla dizione completa), anche a lui, per fortuna, ogni tanto i cavalli scappano. Come stavolta: «Vorrei proprio capire perché, nel momento in cui il baricentro politico tende verso il federalismo, sbucano iniziative improvvisate come questa...». Oddio, proprio improvvisata non lo è. E' da mesi infatti che un nutrito e trasversalissimo drappello di parlamentari (provengono da ogni cantuccio dell'arco costituzionale) lavora a un disegno di leggedal titolo «Sistema museale della moda e dei costumi italiani» che intende creare una rete di musei del settore (Galleria del costume di Palazzo Pitti a Firenze, museo del tessuto di Prato, museo della moda italiana a Milano, museo nazionale della Seta a Como, Fondazione Micol Fontana a Roma), il tutto sotto la regia di una Fondazione che avrà sede a Firenze, sotto la vigilanza del ministero per i Beni culturali. E' una legge che viaggia spedita. In pochi mesi Si è disincagliata dalle secche della commissione, ha superato l'esame della Camera e ora è in attesa di approdare in Senato. Uno dei suoi maggiori sostenitori, il parlamentare di An Alessio Butti, non ha dubbi: «E' un testo blindato, arriverà fino in fondo». E in effetti non si vede chi possa fermare la corsa di una legge così tanto sponsorizzata: alla Camera, per protesta, il drappello leghista ha abbandonato l'aula al momento del voto, ma a poco è servito. Eppure la battaglia di Albertoni inizia adesso. Prima tappa a Como, alla presentazione del catalogo del Museo della seta, «ma poi porterò la questione sui tavoli della giunta regionale...». E' una legge che scricchiola, ha detto, sotto mille punti di vista. Centralista, innanzitutto. Perché «mortifica quella tradizione di sussidiarietà e di partenariato che alimenta e da vigore al modello lombardo», al quale fa capo un patrimonio di 300 musei e 2200 biblioteche. E' infatti evidente, ha aggiunto il professore, che «nel momento in cui istituti come il Museo della seta di Como, finora autonomi, vengono portati all'interno di una Fondazione nazionale e da questa dipendono per i finanziamenti, la loro autonomia viene seriamente pregiudicata». Ma è anche, probabilmente, una legge anticostituzionale. «Perché entra in rotta di collisione con quelle norme della Carta che attribuiscono alle Regioni competenza esclusiva in materia museale». Ancora: «Legge vaga, confusa, che distribuisce fondi a pioggia». No, non può funzionare: «Tecnicamente non regge, opera su realtà incerte: il Museo della moda di Milano ancora non c'è, quello della seta di Como ha bisogno di standard e di una sede... E perché non sono citati i due musei di Lecco e quello della calzatura di Vigevano, mentre si prevedono ingenti finanziamenti per un istituto a Lecce sul costume mediterraneo, ancora tutto da costruire?». Albertoni si ferma qui, per ora. «Una volta feci causa al governo dell'Ulivo per impedire la vendita dell'isola Comacina e di villa Carlotta: spettacolare fu la marcia indietro del ministro Melandri...». Lo dice a mezza bocca, tono leggero, naturalmente pronto a rifarlo.