Dalla crisi dell'Ente teatrale italiano se ne uscirà più o meno al solito modo: chiedendo al governo (se nel frattempo non casca) dei soldi in più rispetto ai contributi previsti dal Fondo unico per lo spettacolo. Domenico Galdieri presidente dell'Eti s'è incontrato giorni fa con i vertici dell'Agis, l'associazione generale italiana dello spettacolo e ne è uscito fuori con una promessa di aiuto e con un po' di progetti da realizzarsi congiuntamente. «Abbiamo immaginato un piano di massima - spiega Enzo Gentile, presidente del settore prosa dell'Agis - e questo piano prevede un miglioramento della promozione del teatro italiano in patria e all'estero, il sostegno ai mercati regionali e locali, incentivi alle compagnie che realizzano spettacoli per l'infanzia e la gioventù, attenzione alla drammaturgia nazionale contemporanea. Quando, fra un paio di mesi, avremo elaborato insieme con l'Eti le modalità di intervento, sapremo di quanti soldi c'è bisogno e chiederemo al ministero dei Beni e delle Attività culturali un finanziamento speciale». A quel punto si vedrà quali sono veramente le idee di Giuliano Urbani riguardo le sorti della prosa nazionale e in particolardell'Eti: se veramente il ministro ritiene inutile l'ente (come da più parte si subodora), oppure se lo ritiene necessario, come Galdieri assicura avergli sentito dire. «Me l'ha confermato personalmente», dice il presidente, che è uomo voluto dal ministro stesso alla testa dell'istituzione. La crisi è venuta allo scoperto dopo una lettera ad Urbani dei lavoratori dell'Eti, preoccupati dai deficit gestionali, dalla mancanza di quattrini per le attività di ricerca, i circuiti, il teatro-ragazzi e gli altri vari progetti. Inquieti anche per le voci riguardanti esuberi di personale e possibili cessioni del teatro Valle di Roma (al comune della città) e del teatro della Pergola di Firenze. «Ed invece per questi due palcoscenici stiamo studiando progetti che vanno in senso diametralmente opposto a queste "voci".- afferma Galdieri - Al Valle stiamo studiando un sistema di condizionamento d'aria che permetta di alzare il sipario anche d'estate e progettiamo la riapertura della buca dell'orchestra: proporremo l'opera musicale comica del '700 e ospiteremo i musical. Vogliamo anche aprire, alla Pergola e ancora al Valle, due piccole sale dedicate alla ricerca e alla drammaturgia europea contemporanea. Inoltre prolungheremo i periodi di programmazione per diminuire le spese generali e di conseguenza abbattere il deficit». Il deficit della Pergola è di circa un milione di euro e del Valle di 75Ornila. Su questo aspetto Galdieri cerca di acquietare le acque e afferma la sua volontà di salvaguardare i livelli occupazionali. Insomma, sembrerebbe che tutto va male ma niente è perduto e se per giunta ci fossero un po' di soldi in più, allora nel palazzo dell'Eti, che sta vicino al cimitero capitolino del Verano, nessuno penserebbe più ad un ente moribondo, da classificare prossimamente come inutile e di conseguenza da sciogliere. «Intanto - riprende Galdieri - l'altro nostro teatro capitolino, il Quirino, ha avuto un incremento di pubblico e incassi pari al 27 per cento. E poi l'ente permette ad una sessantina di compagnie, quasi tutte private, di poter accedere alle piazze di Roma, di Firenze e di Bologna dove abbiamo il teatro Duse. Senza di noi queste compagnie avrebbero grandi difficoltà ad essere distribuite, vista l'abitudine degli stabili pubblici di scambiarsi le produzioni fra loro». Quindi, dice in sostanza Galdieri, se non si vuole instaurare definitivamente un'egemonia dei palcoscenici pubblici e ridurre definitivamente la vita teatrale italiana a un sistema di baratti di compagnie e di spettacoli, l'Eti va salvaguardato. E l'impossibilità momentanea di realizzare tutti i progetti e le iniziative nuove e tradizionali, non deve essere presa a giustificazione per lo scioglimento. Galdieri naturalmente non lo dice, però chiaramente non ha nessuna voglia di passare per il seppellitore dell'ente a profitto di coloro che, nelle more dei giochi di potere che connotano il mondo teatrale nazionale, intendono facilitare lo strozzamento finanziario dell'ente per dimostrarne l'inutilità. E conclude: «Se poi per effetto della devolution, o per effetto dell'esercizio d'un potere dai contorni ancora mollo pallidi, il teatro dei capoluoghi dovesse passare ai comuni, allora, non potremmo che inchinarci alla dura lex sed lex ».