Il dibattito sul ruolo degli intellettuali: università e centri studio LIMPEGNO CIVILE E I MURI DI GOMMA Doverano gli urbanisti davanti al sacco della città? Svanite le grandi mobilitazioni è prevalsa la rassegnazione Ho seguito con interesse ma pure con qualche perplessità il dibattito sul ruolo degli scrittori e più in generale degli intellettuali nellattuale contesto siciliano. Mi pare che dietro alcune affermazione si celi una convinzione: che lo scrittore, soprattutto il Grande Scrittore, sia una sorta di profeta e di oracolo, di guida spirituale che illumina il cammino e indica la direzione. E oggi, si dice, non cè nessuno che svolga questa funzione. Si ricorda lesempio di Sciascia e ci si rammarica che non ci sia uno come lui. Vorrei ricordare che più che con i suoi romanzi, che non so quanto siano stati letti negli ultimi anni, Sciascia esercitava una sorta di magistero civile soprattutto con gli interventi sui giornali, che a volte destarono polemiche anche aspre ma erano sempre sassi nello stagno, e anche per uno come Pasolini - tanti lamentano il vuoto che la sua morte ha lasciato - si può fare lo stesso discorso. I suoi romanzi sono quasi completamente dimenticati, i suoi film non mi sembra che abbiano avuto sorte migliore, mentre molti ricordano la sua metafora del Palazzo e il suo editoriale sulla scomparsa delle lucciole. Dubito però che intellettuali come loro abbiano avuto uninfluenza reale e diffusa, oltre lambito degli addetti ai lavori e dei lettori "avvertiti", in un Paese come lItalia che non vanta un grande numero di lettori, neppure di quotidiani. In ogni caso non so quanto sia utile spronare gli scrittori a occuparsi dei problemi del loro tempo, indicando temi e redigendo agende. Ai tempi dei Fasci siciliani il critico Eduardo Boutet pose il problema del ruolo che avevano scrittori come Verga e Capuana, il cui verismo, a suo dire, più che la Sicilia vera rappresentava una Sicilia da macchietta, retorica e di maniera. Capuana gli rispose che gli scrittori come Verga e qualcun altro osservavano la Sicilia «in istato naturale, in istato di sanità e non di eccitazione morbosa», dando a intendere che le lotte dei contadini erano una malattia mentre era normale la rassegnazione alla miseria e alla malaria. Verga dal canto suo precisava che lui, «tenuto per rivoluzionario in arte», era «inesorabilmente codino in politica» e che se con le sue opere faceva la sua parte «in pro degli umili e dei diseredati», se si predicava lodio di classe non sentiva di doverla fare in favore dei rivoltosi. Più recentemente Quasimodo, anche lui quasi dimenticato, di fronte alla guerra e alla lotta partigiana, archiviava la sua fase ermetica e inaugurava quella di poeta civile. Scelta libera e che non si può imporre, come per decenni hanno fatto in Unione Sovietica con i risultati che sappiamo. Anche oggi chiedere agli scrittori di essere più attenti a quello che accade nel contesto in cui vivono esprime un bisogno di bussole di orientamento in un quadro di grandi incertezze ma non mi pare che abbia molto senso; anche se scegliessero limpegno civile esplicito e militante non so se avrebbero un peso reale nellinnescare un processo di mutamento di tutto ciò, ed è tantissimo, che andrebbe mutato. So bene che la parola, se è frutto di riflessione e di immaginazione creativa, induce lucidità e conoscenza, almeno tra gli ascoltatori più disponibili, ma non ha effetti taumaturgici. Ma il "silenzio" degli scrittori e degli intellettuali di cui si è parlato vale solo per Sicilia? Quali sono le voci, alte a autorevoli, che si sono levate e si levano con qualche risultato contro la xenofobia leghista? E quale effetto hanno avuto le voci di Bobbio, Sylos Labini, Eco, Cordero, Colombo, Bocca, di fronte allascesa di Berlusconi? "Se li conosci li eviti", è il titolo di un libro in graduatoria tra i best seller, ma per quanti invece conoscere le imprese di certi personaggi significa spingerli a votarli, ad ammirarli, a tentare di imitarli? Il modello dellillegalità impunita è quasi sempre più forte di quella della virtù legalitaria. Forse un discorso più utile si può fare sul compito degli intellettuali in senso più ampio, dagli insegnanti elementari ai docenti universitari e ai professionisti delle varie attività, ma qui forse lattenzione più che sui singoli andrebbe posta sulle formazioni istituzionali. Qualche esempio: cosa hanno fatto i docenti di urbanistica e architettura davanti al sacco di Palermo? Quante e quali ricerche si effettuano negli istituti universitari? Quali istituzioni culturali, pubbliche e private, ci sono e che funzione svolgono? Come sono finanziate? Per limitarmi al mio campo di lavoro e di osservazione, ho posto più volte il problema di centri studio e associazioni antimafia, proponendo iniziative unitarie, la più recente è la creazione di un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia, e chiedendo una legge regionale che fissi dei criteri oggettivi per lerogazione dei fondi. Finora non posso dire di avere ottenuto grandi risultati. Prevale troppo spesso una logica delleffimero, della devozione esclusiva, dellimpegno circoscritto. E non è una specificità dellantimafia palermitana. Più che il "silenzio" troppo spesso cè un chiacchiericcio diffuso e una grande incapacità dascolto. Non credo che tutto ciò derivi da tare antropologiche e dallo scirocco. È anchesso il prodotto di una storia, in cui svanite le grandi mobilitazioni e le ideologie che le sostenevano, si sono affermati modelli monadici allinsegna della rassegnazione allo stato dei fatti. Se il dibattito ospitato su queste pagine darà una spinta ad aprire porte e finestre e a costruire ponti sarà servito a qualcosa. Ovviamente ognuno, in pubblico e in segreto, è libero di pregare il proprio Dio perché conceda una nuova incarnazione del Verbo.