QUEL MIRACOLO DI DEI E DI EROI Nel Pantheon cè un Dioniso del I secolo dopo Cristo, una Atena alta due metri, e poi Mercurio, Apollo, Vulcano, Bacco, Demetra, Afrodite Entri e, man mano, li incontri tutti. Cè un Dioniso del I secolo dopo Cristo che - con quel suo viso così sereno, se non avesse la tradizionale coroncina di rose - sembrerebbe già un Cristo: è la reinvenzione romana di sculture greche del V a. C. E cè Atena: lAtena fantastica in marmo bianco, alta due metri, ritrovata tra due colonne del lato sud orientale della Villa dei Papiri il 29 ottobre 1752. Eccolo Mercurio, con il caduceo che lo fa riconoscere a prima vista, con tanto di alette ai piedi per volar veloce dove più serve. Più in là unerma ti fa vedere un Apollo che sembra vivo: al solito è bello come il sole - visto che Apollo, tra laltro, è anche il Sole - con i suoi capelli di marmo a posto, ancora bruni dellantica pittura. Cè persino, sacralizzato, Vulcano: venne fuori, quasi beffardo, con altri tre fregi dallArea Sacra della città negli anni Ottanta del secolo scorso, dalla coltre di 20 metri di materiale vulcanico misto a pioggia che proprio il Vesuvio riversò sulla città. E sì, gli Dèi - un intero, fastoso, variegato pantheon di dèi - lì a Ercolano, ce li avevano proprio tutti. Ora - ora che son venuti fuori dai magazzini e dai depositi che li custodivano, per riunirsi ai pezzi superstar in mostra da sempre - te lo fanno capire subito che le fedi di Roma e Grecia punteggiavano lintera città. Si camminava tra gli dèi, a Ercolano: sembravano benedirti a ogni cerimonia, forse a ogni crocicchio, a ogni festa. Da domani sono in mostra allArcheologico di Napoli, riuniti di nuovo tuttinsieme: quelli riapparsi con gli scavi degli ultimi tre secoli, esposti con le statue degli imperatori e, anche, di tutta quella gente comune che li pregava e che un ritratto scolpito poteva permetterselo. Ercolano: tre secoli di scoperte, infatti, si chiama lesposizione che li fa conoscere e terrà banco fino ad aprile 2009 nel grande atrio del Museo, restituito a un uso di "Spazio Sorpresa", dove presentare man mano mirabilia che di solito, a malincuore, non si riesce a far vedere. I tre curatori - Pietro Giovanni Guzzo (soprindendente di Napoli e Pompei), Maria Paola Guidobaldi (direttore degli scavi di Ercolano), e Maria Rosaria Borriello (direttrice del Museo) - hanno voluto scandire il percorso tra le 150 opere scelte (catalogo Electa, pagg. 296, euro 50) e, in parte, restaurate per loccasione con la luce: le luci forti, fortissime per rendere abbaglianti le divinità allingresso si attenuano andando avanti attraverso le altre tre sezioni per presentare le dinastie imperiali monumentalizzate lì, e ritmare i ritratti dei padroni delle case più ricche, e anche, però, i volti scolpiti della gente comune, gli unici - con rughe, calvizie e il doppio mento di marmo - a non nascondere i segni delle età. E così, già entrando, si vede subito che a Ercolano avevano davvero tutti gli dèi che, allora, era bene tenersi buoni. Non servirono a nulla, però. Neppure il grande Augusto servì a salvarla, Ercolano. E sì che ormai era divinizzato: gli avevano anche dedicato una statua in bronzo di due metri e mezzo, che adesso, in mostra, trionfa - come un tempo nellAugusteum - accanto a Claudio, effigiato come Padre degli Dèi. Del tutto inefficace, anche il nome santissimo che i cittadini si erano scelti per battezzare e proteggere quel loro piccolo, ricco, paradiso sul mare: Ercolano, città di Ercole, luomo che, soffrendo, si fece dio. Era lui, lEroe Benedicente, che allora, nelle tombe di mezza Italia, teneva compagnia ai morti pur di assicurare un lieto fine al grande viaggio nellAldilà. In mostra lo si vede giovane giovane, in bronzo e in marmo. Ma anche ormai maturo che - statuario - lotta con lIdra, il mostro di Lerna, o - affrescato - che porta avanti le 12 fatiche. Ma cè anche un Ercole mezzobusto, coronato del suo ulivo a ricordarne le vittorie su tutto e tutti. Ma neppure Ercole servì... Il Vesuvio fu più forte di tutti gli Dei. Così emoziona e stringe anche il cuore questa spettacolare parata di Sacro - inutile, al momento giusto - che ora accoglie a sorpresa i visitatori del Museo: cè da rabbrividire al pensiero di quel che queste 150 statue - in marmo e bronzo, spesso colossali - hanno visto quella notte del 24 agosto del 79 d. C. Sembrano averlo ancora negli occhi: tutte provengono dagli scavi di Ercolano, tornate alla luce in epoche differenti. Le ultime sono riapparse appena qualche mese fa, grazie ai nuovi scavi e ai nuovi soldi che la Fondazione Packard ha fatto piovere su Ercolano per consolidarla e resuscitarla davvero. Bellissime e strazianti queste meraviglie. Lorrore che hanno vissuto è più chiaro soltanto da pochi anni grazie alle analisi che vulcanologi, biologi, zooarcheologi hanno potuto effettuare sui 300 corpi riapparsi tra il 1980 e il 1990, aggrovigliati da una morte rovente e sigillati dal tufo, sulla spiaggetta della città, nella zona degli imbarcaderi, da dove speravano di fuggire. Anche loro saranno in mostra: ma nella zona più buia, come a ricordare che non solo darte ci sta parlando Ercolano. Maria Paola Guidobaldi: «Tetti scoperchiati, muri abbattuti, porte scardinate, suppellettili disseminate ovunque, tutto però in grande misura recuperabile o ricostruibile. Le altissime temperature sviluppate dal fenomeno vulcanico hanno determinato a Ercolano un fenomeno di conservazione assolutamente originale, restituendoci, carbonizzati, tutti i materiali di natura organica: commestibili, papiri, stoffe, corde, tavolette cerate». E in mostra - per la prima volta - verranno presentate proprio le collezioni di tessuti ercolanesi e pompeiani. Nel luglio scorso, scavando una terrazza del porticato vicino alle terme di Ercolano, agli archeologi è saltata fuori una massa informe di materiale organico. Solo sbrogliando con mille attenzioni quella matassa si sono accorti che era canapa. Lhanno consolidata, salvata e ora con altri 180 reperti tessili - sacchetti, borsellini, brandelli di tuniche - e molte opere darte scolpita o dipinta che fanno conoscere gli abbigliamenti di allora, completa il percorso di questesposizione che spesso sorprende. In alcuni marmi sono sopravvissute tracce di colore, che permettono di immaginarseli variopinti comerano. Oggi, per lo più, quelle statue sono fantasmi bianchi le cui forme, perfette, prendono il sopravvento. Fu questa loro purezza a incantare i Padri dellArcheologia (Winckelmann C.) e a dare il via a una nuova fase dello studio della storia dellarte antica che ancor oggi è dominante. In altre sono gli azzardi darte a sorprendere. E di azzardi, in questo pantheon di capolavori, ce ne sono assai. Alcuni - che fanno fare al bronzo quel che lartista vuole - li hanno forse importati belli e fatti. Altri, però, li hanno imitati ad arte: cè una Grecia in bella copia, qui, in mostra, spesso striata di sacrilegi minimi, sincretismi nostrani. Del resto la fede è fede - si sa - e anche a Ercolano fa miracoli. Come non pregarlo quel Bacco con la pantera, che le luci dellArcheologico ora esaltano, bello è perfetto comè? Come non dare fiducia allerma di Afrodite che con quel suo volto sereno garantisce pace e serenità? Come non credere, poi, alla Demetra imponente, alta un metro e 88, che riassume in sé alcuni tra i segnali sacri delle Dee Madri più osannate dellantichità? Scrive Valeria Moesch nel bel catalogo Electa che accompagna la mostra: «Se la testa della statua è facilmente riconoscibile come replica del tipo dellHera Borghese, creazione datata tra il 430 e il 410 a. C., il corpo riprende invece il modello della celebre Demetra di Eleusi, opera del 420-410 a. C. Allo stesso arco cronologico rimanda lelemento dellappoggio sul lato sinistro che richiama il tipo della cosiddetta angelehente Athena, lAtena poggiata». La sentenza finale per questa dea, una e trina, ritrovata 11 anni fa, vicino alla Villa dei Papiri che finora ha restituito da sola 100 statue, con un po dei suoi colori ancora addosso (e anchessa, come la maggioranza delle statue esposte, sconosciuta finora al grande pubblico dei non addetti ai lavori), è verbalizzata in catalogo: «Creazione romana di un artista eclettico che ha contaminato tipi iconografici diversi. Le caratteristiche stilistiche ed esecutive suggeriscono una datazione della statua in età augustea». Una dea "recente", dunque, ma con mille anni di religiosità mediterranea addosso: costruita, con amore e sapienza, proprio alla vigilia della tragedia che nasconderà Ercolano agli occhi del mondo per 17 secoli, fino alle torce dei "cavamonti" al soldo dei Borboni che perlustrarono il doppiofondo di quella che, ormai, era soltanto una compatta distesa di tufo a sigillare tutta questa meraviglia. Post scriptum. Ultimora: allIstituto di Geofisica e Vulcanologia oltre 400 ricercatori rischiano il loro posto di lavoro. Sembra humour nero: è cronaca di questi giorni.