Troppe mostre. L'abbondanza mette a rischio la salute delle opere. E la pazienza del pubblico. «Io dico sì alle esposizioni, ma solo a quelle di alto carattere scientifico che permettono di far conoscere, anche all'estero, il nostro patrimonio. E dico no invece alle mostre commerciali e a operazioni come quella del Louvre che ha affittato i quadri ad Abu Dhabi»: così Nicola Spinosa, che con gli altri soprintendenti ieri ha partecipato a Roma all'incontro sull'"Effetto mostre" organizzato al ministero Beni culturali. «Il nostro problema è che le opere sono meglio conservate in mostra che nei musei: i tagli continui al bilancio non permettono più la cura quotidiana dei lavori esposti», aggiunge il soprintendente di Napoli. Negli ultimi nove mesi dodicimila opere in viaggio verso ben 700 mostre. «Davvero troppo, ci vuole una programmazione che eviti esposizioni in contemporanea sullo stesso argomento e in città vicine», sottolinea Caterina Bon Valsassina, vicepresidente del comitato tecnico scientifico che ha organizzato il convegno. «I punti di forza della macchina espositiva aggiunge la direttrice dell'Istituto centrale del restauro sono due: veicolano una grande quantità di denaro e permettono restauri costosissimi, come è accaduto per le antologiche alle Scuderie del Quirinale su Antonello e, ora, su Giovanni Bellini. Ma i punti di debolezza sono anche di più». E giù ad elencare la fragilità del sistema. Con le richieste di verifica della salute dei quadri «che arrivano due giorni prima della partenza, invece dei previsti quattro mesi». E con l'altissimo rischio danni durante il trasporto. «Non sono solo i dipinti su tavola a essere in pericolo. Le tele, stoffa tesa tra quattro assi, sono maggiormente soggette a botte e strappi». Spesso tornano dai prestiti con dei bei tagli o con cadute di colore. Eppure già nel 1968 Cesare Brandi chiedeva una legge per arginare la «nefasta epidemia» delle mostre. Siamo passati dalle 376 del 1993 alle 666 del 2006. Troppe anche per il re delle "esposizioni pienone" Marco Goldin. «Troppe, sì. Ma non mi pare che nessuno ci voglia rinunciare. Con la crisi, per me sarà difficile fare i quattro-cinquecento mila visitatori a mostra», ammette il curatore, «intrecciando le istituzioni pubbliche e gli interventi del privato». La mostra è un business. Alcune istituzioni si fanno addirittura pagare l'affitto del capolavoro. «È una prassi antica e che vede coinvolti molti musei in tutto il mondo» sottolineaGoldin. «Anche se solo adesso è venuta alla luce in maniera eclatante».