Due tappe importanti. Il Codice dei beni culturali con le sue sistematiche normative e la nuova organizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali. Una riforma che ha nel suo interno un vissuto istituzionale che richiama processi legislativi e modelli operativi. Già di per sé l'organizzazione del Ministero con l'innovazione dei quattro dipartimenti (dall'archeologia all'arte al paesaggio; biblioteche e archivi; ricerca e innovazione; spettacolo) traccia un profilo importante (pur nella organicità delle direzioni) che si definisce con le direzioni regionali che devono ora rivestire, un ruolo significativo proprio nel campo dello sviluppo delle culture. Con la messa a punto dell'organizzazione del Ministero (voluto come si sa nel 1974 da Giovanni Spadolini) la strada verso competenze e professionalità eterogenee, sempre nel campo dello specifico della materia, trova prospettive in un campo che non può reggersi soltanto sulla tutela. Più volte ho sostenuto la necessità di uno "sdoganamento" della tutela stessa e una chiara semplificazione delle norme riferite alla valorizzazione e alla fruizione. Da questo punto di vista è proprio il Codice che sancisce quell'apri pista sul quale ci si deve incamminare per una maggiore garanzia della partecipazione al bene culturale. I processi educativi sono elementi di un portato nuovo. E proprio per questo mi permetto di suggerire l'inserimento di una nuova professionalità nel campo dei beni culturali. Mi riferisco al pedagogista. I beni culturali sono portati chiaramente storici ma anche educativi. Bisogna sapere accogliere e non respingere. Bisogna fare in modo che, soprattutto i musei, si creino spazi di comprensione, di divulgazione, di educazione. Il pedagogista diventerebbe un tassello di una maglia che renderebbe il bene culturale più direttamente partecipato. D'altronde l'approvazione del Codice dei beni culturali, da parte del Consiglio dei Ministri, mi pare che sia una tappa emblematica di un discorso articolato tra le culture e gli investimenti, ovvero tocca l'aspetto più particolareggiato dell'investimento sulla cultura, intesa, però, come risorsa. Da qui un bel dibattito a partire dalla famosa Legge Bottai che ridefiniva non solo le norme ma anche un pensare sulla patrimonio delle culture di una Nazione, E' proprio vero che i beni culturali sono "strumenti" di socializzazione che si muovono su diverse direzioni e si propongono come modelli di identità depositata che, comunque, dovrebbero portare a dei valori condivisi. Il dibattito che spesso ha movimentato questi ultimi decenni ha focalizzato aspetti ed esigenze di un rapporto fondamentale che è quello tra processi culturali (che derivano a loro volta dalla presenza delle testimonianze storiche sul territorio) e manifestazioni educative. Già di per sé la istituzione di un dicastero che raggruppa i beni e le attività culturali apre una verifica importante intorno a tutto il sistema cultura in termini legislativi (quindi istituzionali) che non può essere esaurito. Proprio per questo è continuamente sede di eterogenee e sempre nuove discussioni che sottolineano, ormai, i codici genetici del concetto di patrimonio, di cultura, di promozione. Sarebbe, forse, più opportuno identificare il comparto dei servizi e degli interessi culturali come Culture. Le culture sono delle risorse che conducono ad una politica di investimento. Ho cercato di sottolineare ciò nel mio recente libro La Risorsa Beni Culturali (Edizioni Iral) nel quale dibatto la questione che è, oggi, approdata al Codice dei beni culturali attraverso testimonianze ed esperienze. Perché, in fondo, proprie di attività delle culture si parla. E dentro questa terminologia si vivono i concetti di tutela, valorizzazione, fruizione, come più volte ho sottolineato nel mio saggio sui beni culturali come risorsa. L'aspetto della comunicazione (innovazione e ricerca), faccio qualche esempio, sembra avviare un intreccio privilegiato che permette un migliore approccio verso i codici un apprendimento all'interno di un valore di sistema. Il termine "Bene" apre una visione significativa sul valore di possesso e sul valore di qualità. Essendo un bene, dunque, c'è all'interno del discutere stesso il termine di possesso. Non dell'essere in possesso di tale bene e quindi di proteggerlo in quanto tale (che è già un fatto intrinseco non solo giuridicamente ma culturalmente) ma dell'essere di appartenere. L'appartenenza di un bene richiama altri processi che sono storici, ereditari, radicanti. Ecco, dunque, il bene come identità. Si tutela una identità nella conservazione di una testimonianza - tradizione. Ma non basta. La storia che diventa sempre più deposizione di percorsi di civiltà non basta. La valorizzazione è una trasposizione del valore del bene tutelato in bene che si appresta ad essere fruito (ovvero ad essere rivissuto anche solo in termini teorici o metaforici). Ma accanto al bene, in questo tale contesto, c'è un concetto forte che è quello di cultura. Ovvero cultura come civiltà. Un bene della civiltà. Già di per sé un bene è un patrimonio. Un bene della civiltà è un patrimonio della civiltà, la quale custodisce e manifesta storia. Manifestare storia è non solo offrire conoscenza ma anche consapevolezza attraverso modelli che si aprono ad una politica di investimento proprio attraverso un chiaro rapporto tra cultura ed economia. Un oggetto va valorizzato perché deve documentare l'attività di un tempo che si è fatto storia (e resta nella memoria della cultura dei popoli) ma nulla toglie al fatto che questo oggetto deve essere apprezzato anche per la sua valenza artistica e quindi per il suo aspetto estetico. L'arte (dall'archeologia alle proposte contemporanee) è espressione. Nei beni culturali vi sono tantissimi oggetti che non sono nati come espressione artistica ma che sono diventati (proprio per quel rapporto storia, tempo, spazio) modelli di civiltà e modelli d'arte. La cultura dei beni culturali e la letteratura legislativa devono aprire un dialogo a tutto tondo con la società nella quale si vive. Beni culturali partecipati, si è più volte detto, e beni culturali che avanzano partecipazione. Ma la partecipazione è socializzazione. Socializzare, in questo contesto di idee sui beni culturali, è offrire conoscenza sapendo che tale conoscenza proviene da processi dì identità tutelati (e che devono rigorosamente essere tutelati) che devono, però, andare nella direzione dell'offerta educativa. Ovvero educazione come costante partecipazione in un quadro di impostazioni metodologiche. La "socializzazione" avviene in termini di formazione, di dimensioni culturali e di organizzazione sul territorio. Il bene culturale va letto, va capito, va compreso in tutte le sue sfaccettature. C'è un bisogno pedagogico come più volte è stato richiamato. Un elemento che chiama in causa, in termini didattici, l'idea dell'apprendimento. Educazione, dunque, come apprendimento. Una vera e propria manifestazione di incentivazione pedagogica nei confronti dei beni culturali è chiaramente necessaria. La funzione pedagogica diventa, allora, canone multidisciplinare per una maggiore comprensione del bene come identità e della cultura come risorsa. In fondo c'è un pubblico dei beni culturali che va tenuto in considerazione perché è questo soggetto che mette in comunicazione il linguaggio con il tempo e l'immagine con lo spazio. Una metafora antica che non dissolve il passato nel presente ma rende il passato come codice testamentario trasmettendolo, appunto, nel presente. Un percorso, che passa attraverso metodologie e che resta un valore. Identità come identificazione. Società, testimonianze, educazione. Tre termini che definiscono un codice che vive dentro il valore di patrimonio culturale rivolto alla recezione. Ma ci sono altri elementi di riflessione che toccano il legame tra territorio e beni culturali, il tutto con occhio di riguardo all'aspetto valorizzante. La metafora sociale non può essere considerata come un fatto astratto ma rientra proprio in quel dibattito che vede il bene culturale o le culture come fattori di espressione di apprendimento e di politica di sviluppo. Collaborazioni, coordinamenti e ancora politica della sussidiarietà, in un contesto in cui Riforma del Ministero e Codice, costituiscono un andare avanti in cui pubblico e privato hanno un senso sul piano dell'organizzazione e dell'investimento. Insomma una nuova sensibilità o una diversa sensibilità rappresenta un modello di approccio ai beni culturali. Restano identità, sono investimento, creano sviluppo ma sottolineano proprio un "codice" che è un codice di civiltà in quanto trasmette valori attraverso indicazioni di apprendimento. Il paesaggio è cultura finalmente. La memoria custodisce storia ma crea
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Pierfranco Bruni
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