Troppo facile da prevedere, troppo facile da stigmatizzare, ma questa è la nemesi del politicamente corretto, delle buone intenzioni non corroborate da riflessioni serie. Sta di fatto che l'obelisco di Axum, smontato mesi or sono con grande cura, non si trova, come potevano pensare in tanti, nella città santa etiopica di Axum a far bella mostra di sé insieme agli altri obelischi della zona (una cinquantina giacciono abbattuti, uno solo sorge nella sua interezza ancora in piedi). No, l'obelisco di Axum giace in un magazzino dell'aeroporto di Fiumicino in attesa di essere trasportato in volo in Etiopia. E, stando alla situazione, si tratterà di un'attesa piuttosto lunga. Il fatto è che per trasportare le decine di tonnellate di pietra dell'obelisco, diviso in tre parti, occorrono aerei speciali, come l'Antonov russo o il suo equivalente americano. Aerei di cui non disponiamo e che al momento non abbiamo ancora trovato a nolo. Ma, e qui sta il bello o meglio lo stravagante, anche quando il governo italiano avesse noleggiato un gigante dei cieli per trasportare l'obelisco ci si troverebbe di fronte a un altro problema grosso: dove farlo atterrare? Già perché una pista che consenta l'atterraggio di un Antonov o di un aereo equivalente in Etiopia esiste soltanto a Addis Abeba. Ma da Addis Abeba ad Axum ci sono centinaia di km di strade, spesso in pessime condizioni (molte delle quali sono quelle fatte dagli italiani ai tempi dell'Impero). D'altronde la pista di atterraggio più vicina ad Axum non è assolutamente all'altezza di ospitare nemmeno l'atterraggio di un normale jet di linea, figuriamoci di un gigante. Quindi? Quindi il nostro governo è di fronte a un bel problema. Né si può, come accadde nel 1937, pensare a un trasporto via nave. Non si può per due motivi. Il primo è che con l'indipendenza dell'Eritrea l'Etiopia ha perso ogni sbocco al mare e i rapporti con l'Eritrea sono talmente tesi che difficilmente il governo dell'Asmara concederebbe il passaggio. Ma, ammesso che il governo di Afeworki anche lo concedesse, ci si troverebbe di fronte a un altro problema: per arrivare dal porto di Assab in Eritrea ad Axum non esistono praticamente strade adatte al passaggio dei supercamion che dovrebbero portare l'obelisco a destinazione. Quindi? Quindi l'obelisco giace a Fiumicino con buona pace dell'Etiopia e di quanti hanno voluto, a quasi settant'anni dal suo trasporto in Italia, la restituzione. Restituzione, sarà il caso di ricordarlo, che non era affatto dovuta; ai tempi del negus, dopo il trattato di pace, noi restituimmo all'Etiopia le statue del Leone di Giuda, simbolo dell'impero etiopico, e "in cambio" dell'obelisco costruimmo un ospedale in Etiopia. Ma evidentemente il risarcimento non è bastato, dal momento che poi lo abbiamo smontato per restituirlo. Restituirlo è difficile, ma poniamo pure che un modo qualunque alla fine si trovi. Quando l'obelisco sarà ad Axum cosa se ne farà? Lasciarlo a terra, come fu trovato ai tempi della conquista non pare bello, quindi bisognerà tornare a innalzarlo. Ma allora non sarebbe stato meglio che il nostro governo innalzasse il meno scassato degli obelischi (una cinquantina di varie misure, lo ripetiamo) che giacciono a terra in loco? Ma anche a questo bisognava pensare prima non dopo lo smontaggio. Al momento l'obelisco non fa più mostra di sé a Roma e, temiamo, passerà un bel periodo di tempo prima che possa tornarsene a casa. Chi ci abbia guadagnato in tutto questo non è chiaro. Chi ci abbia rimesso invece è palese: abbiamo speso un bel po' di soldi per smontarlo, altri li spenderemo un giorno o l'altro per trasportarlo. L'Etiopia riavrà, forse, il suo pezzo di pietra il che non cambierà di un millimetro la sua situazione non esaltante, ma certamente rallegrerà il sentimento patriottico di qualcuno.