Un saggio dellantropologo contesta il falso glamour e il degrado reale La dimensione immobile nella quale si susseguono grandi eventi di seconda mano e le periferie come "teatro di ombre" «La mia città è in mano ai banditi. Questo è il ritornello che mi gira per la testa ogni volta che torno a Palermo». A lanciare linvettiva è Franco La Cecla, docente di antropologia culturale a Milano e a Barcellona, nel suo ultimo saggio, "Contro larchitettura" (Bollati Boringhieri), che è un più generale "Jaccuse" nei confronti della scellerata sinergia tra urbanistica e politica. Ma il ritornello negli ultimi anni ha subito unalterazione. Si è trasformato in un jingle pubblicitario. È avvenuto infatti che sul degradato contesto cittadino, sul consueto panorama di fatiscenza e abbandono, «si sia aggiunta una patina di sfacciataggine post-moderna». Come dire, il danno e la beffa, lingiuria e la mazza. Scornandoci traumaticamente contro il muro della realtà, che si ostina a contrapporre la sua arcigna consistenza alle velleità delle politiche virtuali, ci accorgiamo allora che Palermo «è caduta nelle maglie di una trasformazione televisiva». Ovvero che è stata furtivamente sostituita da una sorta di proiezione olografica affidata a una squadra di esperti dellimmagine allo scopo di coprire linefficienza e lignavia dei suoi amministratori (e durissimo, in particolare, è il giudizio di La Cecla sulle responsabilità dellattuale sindaco). La Palermo "cool" di una recente campagna pubblicitaria commissionata dal Comune si rivela dunque in buona sostanza una città "spenta", malinconicamente depressa, con uneconomia malsana infiltrata e gonfiata da investimenti mafiosi. Una città immobile e perfino regressiva, ma in cui si susseguono Grandi Eventi che millantano un «glamour milanese di seconda mano» e in cui i problemi sono stati accantonati per dare agio agli imperativi di un design succedaneo e provinciale. In questa città ridotta a icona di un esotismo accattone (vedi Kalsart) e in mera comunicazione mediatica, si attua in modo trionfale, quasi come in un perpetuo Festino, quella che per La Cecla è la "vocazione" dellodierna architettura, e cioè la smaterializzazione della città, la perversa consustanziazione con cui la sua «carne quotidiana di pietre e abitanti» diviene un «simulacro vendibile» fatto di «cristalli liquidi», di surrogati televisivi, di slogan pubblicitari, di manifesti convincenti che fanno da fondali e trompe loeil allo sfacelo o al niente retrostante. Se il medium aveva soppiantato il messaggio, ora, per nemesi e contrappasso, una comunicazione vuota ha liquidato la realtà. Ovviamente, questo processo di svuotamento è in corso ovunque, ma a Palermo, in questa estrema appendice «di un Impero da Operetta», sembra aver raggiunto un livello più avanzato o più perfetto, unanticipazione profetica: «la buonanima di Baudrillard direbbe che è geniale che proprio qui, nella periferia italiana disgraziata e mafiosa, si facciano le prove generali della trasformazione della realtà in pura immagine». Quindi, Palermo come una Bangalore di casa-cosa-nostra, ossia luogo di produzione di un "capitale simbolico" che esercita una mistificante funzione di mantenimento dello status quo. Se è vero che le rovine sono «linconscio di una città», ma anche luoghi di straordinarie potenzialità, «di promesse e di incognite», come ha scritto efficacemente Rebecca Solnit, allora forse è da qui che dovremmo ricominciare per riprendere consapevolezza del nostro diritto a una dimensione sociale e civile dellabitare che non sia solo alloggio o stoccaggio o circolazione o shopping. E dalle periferie, dallemergenza che esse esprimono dappertutto per la loro inarrestabile deriva verso il nulla. Per La Cecla il problema delle periferie non può essere ricondotto esclusivamente alla politica, al modo in cui il territorio marginale è amministrato e gestito, come invece hanno sostenuto Franco Purini e Vittorio Gregotti in difesa della concezione originaria del quartiere Zen. Lerrore (e lorrore) sta a monte, è insito nel progetto stesso, nel suo utopismo concentrazionario. Scrive La Cecla: «La bruttezza della periferia è legata allideologia della chiusura nello spazio domestico della singola famiglia operaia, della riduzione della vita a un teatro di ombre private». A venir meno è quindi lo spazio pubblico o semipubblico, quellinsieme di interstizi e dinamismi informali che conferiscono vitalità e autenticità a un luogo. Senza tutto ciò le periferie non possono essere altro che un ricettacolo discriminante di indesiderabili. Il che spiega i continui vandalismi che devastano queste zone emarginate, in cui, specialmente tra i giovani, cresce con rabbia «la voglia di cancellare fisicamente la struttura che li tiene fuori dalla vera città». Bisognerebbe riflettere su questo aspetto di comprensibile rivalsa, prima di esprimere giudizi moralistici sulla mancanza di senso civico di taluni che risiedono in veri e propri ghetti. Secondo Colin Ward, per esempio, certe azioni autodistruttive praticate nelle cosiddette New Towns inglesi, ovvero i sobborghi satelliti creati da una sofisticatissima scuola architettonica, sono «un giudizio ben preciso che gli abitanti assegnati a quei quartieri esprimevano sullassurdità e lastrattezza delle utopie urbanistiche». Il disagio nasce, per dirla con Pablo Neruda, quando «la patria della geometria si sostituisce alla patria delluomo». Il compito più impellente è dunque rivalutare e dare una «totale ri-significazione» alle periferie, conferire a esse una dignità e una verità che hanno ormai perduto, non solo per ragioni di malgoverno o per dinamiche classiste, ma anche a causa di una progettualità asettica, fumosa e autoritaria. La Cecla cita al riguardo un racconto di Salvo Licata in cui un abitante della Vucciria ottiene un alloggio popolare a Roccella e cerca di riprodurre nel nuovo quartiere gli odori e i sapori del vecchio mercato aprendo abusivamente una piccola bottega di generi alimentari. Ovviamente questo suo tentativo irregolare di portare la vita in una dimensione fredda e asettica verrà interdetto e sanzionato dalla Legge. Ligienismo razionalista e funzionalista prepara la scomparsa della realtà. Ciò riguarda anche i centri storici, svuotati, stravolti, mercificati, museificati, paradossalmente sottratti alla loro storia, alla loro identità. E dunque La Cecla indica la narrazione, il racconto, come «la forma più onesta nei confronti della città e dello spazio», perché la scrittura non distrugge la magmaticità del presente, non presume di inventarlo, non pretende di esaurirlo», ma ci consente di comprenderlo e (forse) di trasformarlo.