BANARI. Storia di un miracolo laico. Questo paesino di appena 570 abitanti è diventato in pochi anni un polo di attrazione per tutta la Sardegna mettendo in moto una serie di meccanismi capaci di dare linfa alla comunità che negli anni Cinquanta era composta di oltre 1. 500 residenti effettivi. Di singolare c'è che il "motore" di tutto non è di ordine materiale. L'anno scorso undicimila persone hanno visitato il museo di arte contemporanea della Fondazione Logudoro-Meilogu presieduta dal pittore Giuseppe Carta, un artista che per affermarsi in campi più vasti aveva dovuto scegliere la via dell'emigrazione e poi ha scelto di tornare. Una scommessa vinta? «Nel campo dell'arte il confronto è continuo, perciò non si può mai dire con certezza», risponde Carta. «Però a questo punto credo di sì: una persona senza molti mezzi è riuscita a mandare avanti la struttura tramite il suo impegno e grazie agli aiuti esterni, morali e materiali: alcune ditte mi hanno regalato quintali di calce, altre mi hanno donato anche sas bòvedas, le volte. Quando ti arriva un pullman da Cagliari e da Nuoro per vedere una mostra per me è una grande soddisfazione. Si dirà: Cagliari e Nuoro sono città abituate a vedere le mostre: a Nuoro c'è il Man, a Cagliari una serie di siti in qualche modo museali. Oristano? Grazie alla mostra di Giantore, artista oristanese, sono arrivati moltissimi visitatori anche da quella città. E c'è chi viene da Muravera, molto lontana da Bànari: quando ci penso mi si riscalda il cuore. E ci sono gli appassionati di Carbonia, visitatori fissi che vengono qui almeno una volta all'anno». Dunque una scommessa vinta. «Ci sono state diverse domeniche in cui abbiamo avuto 280 persone in contemporanea-, racconta Giuseppe Carta.- I bambini e gli ultrassessantenni entrano gratis, gli studenti pagano due euro e mezzo, gli altri cinque euro». Ma la riuscita dell'impresa è data anche dalle ricadute benefiche sul territorio. Spiega il direttore del museo: «Ricadute economiche, certo, ma soprattutto di idee. A Bànari c'è un piccolo ristorante che funziona, abbiamo già dei bed and breakfast e fra poco anche noi ne apriremo uno. In tutto disponiamo di una ventina di posti letto e ne avremo molti di più nel breve periodo. Siamo attrezzati di linee satellitari, abbiamo una piazza per i concerti. Le cose nascono gradatamente ma stanno funzionando». Ma d'inverno che si fa? «Quest'anno abbiamo due mostre in preparazione. Una riguarda gli artisti che hanno già esposto e ci hanno donato alcune opere. Faremo una mostra appositamente per loro, con ottanta opere. Sono artisti sardi ma non solo». Qualche nome di sardi viventi? «Meloniski da Villacidro, Manlio Masu, Antonio Atza, Sisinnio Usai, Antonio Corriga, Pinuccio Sciola, Liliana Cano, Rosanna Rossi e altri», dice Carta. «Abbiamo pensato a una mostra didattica con Francesco Martani: lui ha fatto per anni il pittore scientifico, ricreatore di anatomie. D'inverno il numero dei visitatori cala. Ma l'anno scorso non è andata male: l'annata, intendo. Abbiamo avuto undicimila visitatori, fra una cosa e l'altra». A guidare questa marea di gente è in primo luogo Giovanna Licheri, che lavora qui dal 2001, vale a dire fin dal primo giorno. «Quest'anno abbiamo scelto l'arte classica, dopo l'esperienza del 2007 in cui era di scena l'arte moderna e contemporanea, da Picasso a De Chirico, e le sperimentazioni più ardite,- illustra Giovanna.- Nell'estate appena finita, invece, il fulcro è stato il barocco ma abbiamo messo insieme tre secoli, dall'ideale rinascimentale del Cinquecento fino a toccare l'esperienza del racconto di una realtà crudele come quella rappresentata dal Caravaggio, il sentimento religioso che nel secolo successivo si avvicina al popolo anche attraverso l'elegia sulla caducità delle cose. L'opera più bella che avevamo, per me, era la 'Maddalena penitente' di Guido Reni ma anche la 'Madonna con il bambino' di Pompeo Batoni: le donne al centro del canto, in una parola. Fino al 'Ritratto di Domenicano' di Anton Van Dick, con la volontà dell'artista olandese di entrare attraverso le vesti nell'anima di una persona. Per fornire una chiave di lettura più semplice abbiamo messo molti pannelli illustrativi che hanno aiutato enormemente la fruizione, dal Rinascimento al Settecento francese». Felice dell'esperienza insperata, Giovanna Licheri ne parla con grande trasporto: «Per me è stato un arricchimento, mi sono formata attraverso le mostre. Avevo fatto altri studi, pensavo di diventare una commercialista, invece per fortuna mi ritrovo a fare un lavoro che non cambierei con nessun altro al mondo. Ho iniziato per gioco, pensavo di venire qui a fare soltanto l'impiegata e invece mi ritrovo immersa in un'atmosfera affascinante. Il mio lavoro è tutto. Non sento nemmeno la fatica, nonostante la disponibilità debba essere totale. In questi sette anni ho dovuto studiare molto ma l'ho fatto con passione». Il rapporto con il pubblico? «Nella stragrande maggioranza dei casi è positivo perché si tratta di pubblico scelto e vario, anche come fascia di età-, riconosce Giovanna. - Con le scuole mi trovo benissimo, prediligo i bambini che hanno una lettura semplice dell'arte. Con i più piccoli parto dal soggetto, dalla figura. Nel caso dell'ultima mostra partivo dai volti delle donne». Certo, c'è la fase burocratica, che le piace meno. «Ma il resto è tutto molto bello. C'è soddisfazione anche nella fatica della guida alle visite, che sono quasi tutte su appuntamento. I gruppi non possono superare le cinquanta-sessanta persone per volta. Ma spesso sono di trenta. L'ultima mostra 'Classici splendori, passioni senza tempo' ha avuto il suo momento di maggior gloria in agosto e settembre. Nel vecchio spazio museale, in contemporanea, avevamo altre due mostre: di Giantore (Carta) e Marco Annaloro. Entrambe hanno avuto molti visitatori e sono state di grande aiuto alla mostra principale ospitata nei nuovi locali. Una parte di questa mostra partirà fra breve per il Metropolitan di New York». Come procede il rapporto con le istituzioni? Risponde Giuseppe Carta: «In questo momento fila alla grande la collaborazione con il Comune, che ha scommesso davvero tanto su questo museo. Grazie agli amministratori di Bànari abbiamo potuto fare cose che altrimenti non avremmo realizzato. La Provincia, invece, è quasi sempre assente, al contrario della Regione. Ci hanno aiutato molto anche il Banco di Sardegna e la sua Fondazione. La Camera di commercio di Sassari ha creduto nelle nostre cose. I nostri cataloghi sono apprezzati. Quello di quest'anno è stato preso da una grande libreria di Firenze che ha chiesto l'esclusiva e lo porterà alla mostra del libro di Francoforte. Il nostro rapporto con la libreria fiorentina dura ormai da quattro anni». Il territorio risponde al di là delle attese. «Alcuni privati, per esempio i fratelli Pinna di Thiesi, ci mandano tutti gli anni dei cospicui assegni», racconta Carta. Che però non nasconde una difficoltà contingente: «Nonostante gli aiuti, quest'anno siamo andati leggermente sotto: ci mancano i biglietti di luglio». Ma il direttore del museo preferisce guardare avanti. «Il prossimo anno apriremo il parco e il bed and breakfast- annuncia.- E allora lo spazio diventerà ancora più grande». Che effetto fa al sindaco vedere tutto questo movimento in un paese così minuscolo? «La sostanza è questa: un piccolo paese fa delle grandi cose, eventi come questo della mostra 'Classici splendori' non sono certamente da tutti. Diciamo che Bànari è un evento permanente. Il nostro paese diventa un punto di riferimento e le ricadute si vedono già. I luoghi di accoglienza sono sempre pieni, per l'avvenire mi auguro che anche altri banaresi sappiano cogliere l'occasione che si è determinata. Nasceranno fra breve altri due piccoli ristoranti, anche questo è economia».
La Nuova Sardegna
13 Ottobre 2008
SARDEGNA - Banari, un paese di 570 anime rinasce con la cultura e l'arte
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